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23 Nov
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L’ombra dello scrittore

L’ombra dello scrittore © Maury Mauser

Ne parlano da mesi. Sui giornali si inseguono indiscrezioni e anticipazioni. Ma oggi è il grande giorno: il libro che tutti aspettavano è in libreria, con la sua bella copertina accattivante, sistemato in colonne imponenti. Possiamo finalmente sfogliarlo e lasciarci sedurre dal profumo della carta tagliata di fresco. Sul risvolto c’è la foto dell’autore: si regge il mento col pollice e l’indice, lo sguardo perduto nelle profondità dell’animo umano.

Dopo una settimana lo troviamo in vetta allo scaffale, proprio dove campeggia il numero “1”. Vuol dire primo in classifica. E ci resterà per mesi. Tutto merito dell’autore, dicono. Certo, ma è solo merito suo?
Prima di rispondere occorre considerare alcuni aspetti della questione. Quando un manoscritto entra in casa editrice, arriva carico di speranze, e di debolezze. Eppure l’autore si è consumato gli occhi, lo ha letto e riletto, ha perfezionato ogni scena, ha preparato con cura la sinossi, e con una certa ansia ha inviato la sua grande opera nella speranza di vedere il suo libro stampato. Ma questo non basta.
Che si tratti di Umberto Eco o di uno scrittore emergente che abbia appena capito come scrivere un libro, ogni autore ha bisogno di una figura altra, una persona che dal buio osi mettere le mani sul manoscritto.
Figura delicata, quella dell’editor. Sa come usare il bisturi, ma all’occorrenza non disdegna la mannaia. Si cala nei panni dell’autore, si china sulla sua scrivania e ne assimila la scrittura, ne acquisisce il ritmo; ma sa anche distaccarsene, osservare dall’alto il suo lavoro, esaminare la tenuta dell’intero corpo del testo che ondeggia come un fiume di inchiostro.
Ed è a quel punto che cambia le carte. Se Claudio ha i capelli biondi a pagina quarantatré non può essere castano a pagina centoventisette; se Maria si è suicidata a pagina diciassette non può risorgere e pagina duecentosettantadue. E bisogna far capire all’autore che la descrizione di pagina venti è troppo lunga, che occorre lavorare meglio sull’interiorità dell’antagonista, e che quella determinata scena avrebbe più ritmo con uno stile nominale.
Il manoscritto sanguina, l’autore cerca di opporre resistenza. Ma alla fine rilegge, e capisce. L’editor ha reso il suo romanzo più forte. Le debolezze di prima ora non ci sono più. Il testo si snoda, flessuoso e potente. Ed è ancora il suo libro, solo che ora è migliore.
Se l’editor rispetta la scrittura altrui senza imporre il proprio stile, se rinuncia all’invidia e rimane nell’ombra, accompagnando e orientando l’autore, il suo lavoro può dirsi compiuto.
E quel libro, che non porta il suo nome, resterà là in vetta anche grazie a lui.

 

 

Venerdì, 23 Novembre 2012 | di @Carmine Morriello

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