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04 Apr
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Italia patria della scrittura collettiva

Italia patria della scrittura collettiva © Andres Rodriguez

Il primo romanzo italiano nato con la scrittura collettiva fu il visionario “Lo zar non è morto” del 1929 del gruppo futurista di Marinetti

Scrivere un romanzo, un racconto, un libro di poesie o di satira, o un saggio, è senza ombra di dubbio un’arte individuale, solitaria, dove l’autore si cimenta col foglio bianco per intingerlo di quell’inchiostro nero che è parte di se stesso, del proprio sentire, del proprio modo di pensare e di ragionare, del proprio essere.

Eppure, è ormai quasi un secolo che studiosi, letterati e più o meno strampalati artisti si cimentano nella ricerca del romanzo collettivo da far pubblicare ad una casa editrice di rango. E sempre più sono i volumi scritti a più mani.
La scrittura collettiva è una forma di scrittura di testi che coinvolge più autori in relazione alla composizione dei testi narrativi. Con essa si può intendere un coacervo di stili, di idee, messi insieme per raggiungere un risultato che è un unicum, e non la mera somma dei tanti stili e delle tante idee.
In questo, nella realizzazione di opere di scrittura collettiva, l’Italia sembra all’avanguardia (almeno in questo aggiungerei). A confermarlo è uno degli ideatori del SIC (Scrittura Industriale Collettiva), Vanni Santoni, che in un recente articolo apparso su “La lettura” del Corriere della Sera, addirittura si è sorpreso nell’affermare che il nostro paese è la patria della scrittura collettiva. Santoni ricorda tutti gli esperimenti, a partire da quelli che Marinetti (il futurista) fece negli anni ’20 con il gruppo di suoi collaboratori, e con il romanzo visionario “Lo zar non è morto”. Dopo quasi novant’anni e i successi dei romanzi del collettivo Wu Ming, Kai Zen e in Italia di Paolo Agaraff, ma anche i Mama Sabot, gli Ippolita, la situazione si è evoluta notevolmente tanto che gli stessi seminari e gli incontri che hanno a tema la scrittura a più mani sono ormai all’ordine del giorno. E le stesse case editrici, anche quelle prettamente per ebook, hanno strizzato l’occhio a questa forma particolare di composizione letteraria, che ha trovato sempre più spazio con il boom di internet.
Nel 2008 si è cercato anche di riunire la scrittura collettiva con i social network, quelli che in Italia hanno più attecchito, ovvero Facebook e Bebo. L’idea aveva il nome di “Livebook: due personaggi in cerca d’autori”. Già, e l’opera, dopo quasi 5 anni, è ancora alla ricerca d’autori dato che non ha avuto grande successo, forse anche per l’errore degli ideatori che hanno lasciato completamente carta bianca ai “papabili” scrittori e non hanno pubblicizzato al meglio l’iniziativa.
Ma la scrittura collettiva non si è fermata alla storia incompiuta di Helen e Brian, i due protagonisti proposti per Livebook, anzi. In uscita, ad aprile, il romanzo a 230 mani (sì, duecentotrenta, il libro col numero maggiore di autori) “In territorio nemico”, ambientato in Italia durante l’occupazione tedesca e scritto col metodo SIC.
Per scoprire quale sarà il futuro della scrittura collettiva basterà, dunque, guardare al successo (o meno) di quest’opera.

 

 

Giovedì, 04 Aprile 2013 | di @Dario D’Auriente

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