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BookSprint Edizioni Blog

05 Gen
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Intervista all'autore - Claudio Cajati

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?

Vengo da Napoli, ma non sono il classico napoletano pizza e mandolino. Sono un "napoletano svizzero" (la mia cicogna era miope e, invece di portarmi a Losanna, mi consegnò a Napoli). Ho deciso di diventare scrittore nel 1975, sotto il servizio militare: fingevo di dattilografare importanti dispacci militari, e invece stavo scrivendo il mio primo racconto, "Nella stanza". Ma la consacrazione è avvenuta in seguito, quando ho avuto la fortuna e il privilegio di incontrare Michele Prisco e Italo Alighiero Chiusano, che mi hanno incoraggiato e confermato nel mio proposito. Soggetto come sono a sindrome bipolare, uso la narrativa anche come terapia contro la depressione. E funziona!



2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?

Non c'è un momento della giornata che dedico alla scrittura. Non sono il tipo dello scrittore-impiegato che scrive ogni giorno dalle ore... alle ore... Scrivo la mattina prestissimo se durante il sonno mi sveglio con la soluzione di un racconto che era rimasto senza finale. Scrivo dopo pranzo, prima che l'abbiocco metabolico post-prandiale mi conduca fra le braccia di Morfeo. Scrivo la sera, anche tardissimo, preso magari da improvvisa lucidità letteraria. E poi mi capitano idee e soluzioni brillanti per strada o al bar, e allora metto mano a un block notes e a un penna biro che porto sempre con me (non ho un computer portatile, e non ne sento la necessità).



3. Il suo autore contemporaneo preferito?

Confesso che non sto seguendo gli autori contemporanei viventi. Preferisco leggere i Grandi, anche se scomparsi. Come il portoghese Premio Nobel Josè Saramago. Il suo romanzo "L'anno della morte di Ricardo Reis" è un capolavoro in cui si intrecciano un profondo scandaglio dell'animo umano, un quadro a tutto tondo di una Lisboa misteriosa e caleidoscopica, e un raffinatissimo gioco letterario con la figura di Ricardo Reis, uno degli pseudonimi usati da Fernando Pessoa nelle sue opere. Mi piace molto rileggere libri di Grandi scrittori che mi hanno particolarmente colpito. Per esempio, "Diario notturno" di Ennio Flaiano; "La compromissione" di Mario Pomilio; "La provincia addormentata" di Michele Prisco; "L'odore del sangue" di Goffredo Parise.



4. Perché è nata la sua opera?

Misterioso è spesso il perché della nascita di un'opera. Nel mio caso, è qualcosa che cerco di ricostruire a posteriori, attraverso un'analisi razionale che forse non ne esaurisce le motivazioni. "Botta e risposta" credo abbia due presupposti. Il primo: lo studio accanito, che conduco da anni, dei dialoghi fra amici o supposti tali, sul versante maschile e su quello femminile. Il secondo presupposto: una sfida letteraria che ho lanciato a me stesso. Costruire dialoghi in cui ogni frase fosse brevissima, in modo da realizzare un "botta e risposta" appunto, secco, tambureggiante, concitato, in cui potessero emergere i lati oscuri e inquietanti dell'amicizia, il gusto della competizione, dell'ironia, dello sfottò.



5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?

Il contesto napoletano nel quale ho vissuto per sessanta anni, quello procidano che mi ha influenzato per più di dieci anni, hanno certamente forgiato in me il tipo ironico, brillante, allegro eppure malinconico e remissivo, aggressivo eppure mediatore, carnale eppure quasi mistico, che sono tutte sfaccettature dell'Anima Napoletana. Più ancora ha influito sulla mia formazione letteraria l'incontro con Domenico Rea e Michele Prisco: deliziosamente plebeo, il primo; profondo nella sua signorilità borghese, il secondo. Con Prisco ho avuto il privilegio, al di là della lettura dei suoi libri, di qualcosa che è perfino più importante: l'amicizia. E al momento della sua scomparsa, e anche oggi, ho sentito e sento amaramente la sua assenza.



6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?

Abbiamo una sola vita (ogni volta: io credo nella reincarnazione). Ma altre vite possiamo vivere attraverso la narrativa. E non sono meno importanti di quella extratestuale che chiamiamo la vita reale. Scrivere è quindi realtà complementare, compensativa, integrativa, riparatrice, arricchente. Lo stesso avviene quando leggiamo i racconti e i romanzi scritti da altri. Noi possiamo riconoscerci in personaggi, situazioni, pensieri, emozioni cui pure non abbiamo dato vita letteraria. Leggere è leggersi. In tal senso la lettura può essere lentissima perché continuamente interpolata da rimandi al nostro vissuto, al nostro mondo interiore.



7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?

Moltissimo. Sono io, sotto mentite spoglie, magari con una diversa età, magari donna, come mi immagino donna, magari col ricordo di come ero da bambino, o come avrei voluto e non fu, magari erotomane come sono potenzialmente e non oso essere in atto, violento all'atto pratico e non come sono, per fortuna, solo in fantasia... In ciò che ho scritto ci sono io portato all'estremo. Io che invece sono del segno dei Pesci: con quel filo che lega i due pesci posti in senso inverso e impedisce che vadano ognuno per la sua strada, scindendo l'unità identitaria. Questa trasposizione deformata di me stesso non è volontaria e cosciente. Solo dopo posso prenderne coscienza, e mi aiuta a conoscermi meglio.



8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?

Mia moglie, che tollera che io stia tanto tempo al computer a scrivere.



9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?

Quello che scrivo lo faccio leggere per primi a due amici via email. Sono miei coetanei, una donna, Maria Gabriella, e un uomo, Giacomo, che condividono con me una stessa o simile filosofia della vita. Una visione matura, amara di fronte al degrado dell'Italia e, più in generale, del mondo. Una fede animalista. Una persistente passione per la lettura. L'idea che la Bellezza forse non ci salverà, ma renderà la nostra agonia meno dura. Le loro osservazioni, critiche, perplessità, o assensi, entusiasmi, incoraggiamenti mi hanno molto aiutato e molto mi aiutano ancora a proseguire il mio percorso letterario. Io dico, scherzando, che da pensionato ho cambiato -tura: dall'architet-tura alla lettera-tura.



10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’e-book?

Spero che l'e-book si affianchi al libro cartaceo, e non lo sostituisca. Nel libro cartaceo c'è un fascino che - magari per la mia condizione di anziano - non riesco a ritrovare nell'e-book. Ma forse la tecnologia ha una sua forza cieca e inesorabile, che non bada alla fragilità delle delicate tradizionali sensibilità.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Per un bambino non ancora in grado di leggere, può essere utile. Per il resto, mi sembra la condanna a morte di tutto ciò che di positivo ha la lettura, con la centralità del lettore, con le sue pause, con i suoi rimandi emozionali e intellettuali che hanno bisogno del tempo necessario. Spero che l'audiolibro, non dico fallisca, ma abbia un uso molto limitato

 

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Lunedì, 05 Gennaio 2015 | di @BookSprint Edizioni

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