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02 Dic
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RETE 8 intervista Glenda Mancini

«L’argomento di oggi è un argomento certamente delicato, che vogliamo però affrontare da una prospettiva diversa». Così Luca Pompei, conduttore della rubrica L’Intervista, introduce Glenda Mancini, Dottoressa in scienze dell’investigazione e autrice del libro “L’uomo vittima di una donna carnefice”, nato come rielaborazione della sua tesi di laurea.

 

 

E Pompei definisce il volume, pubblicato per BookSprint Edizioni, «un vero e proprio caso letterario, che sta riscuotendo consensi e critiche. Se ne sta parlando, e ne vogliamo parlare anche noi. Perché tutto questo rumore?».

 

Nell’intervista rilasciata a Rete 8, la Mancini parla dell’esistenza di una violenza di genere di segno inverso, cioè della donna sull’uomo, che si manifesta con caratteristiche e tipologie considerate tipicamente maschili. «Inizialmente ero interessata allo studio della violenza dell’uomo sulla donna. Solo successivamente ho deciso di cambiare direzione, dopo aver letto alcuni studi europei e non solo, nei quali si registra una percentuale di violenza agita da parte delle donne sull’uomo superiore rispetto a quella che gli uomini agiscono sulle donne. La differenza sostanziale sta nel tipo di ferita inferta».
Nella società attuale questo tipo di violenza appare inconcepibile. Ed è la stessa autrice del libro la prima a sorprendersi. «Ovviamente questo dato mi ha lasciato piuttosto scettica e perplessa; anche perché è fatto risaputo che in Italia, ogni due giorni circa, una donna muore a causa della violenza di un uomo. Ho deciso però di indagare se questo fenomeno esistesse effettivamente anche sul territorio italiano».
E così Glenda Mancini si serve di internet per somministrare un questionario a degli anonimi. A rispondere sono in 700, e i risultati sono stati sorprendenti. Circa l’80%  dei partecipanti ammette di aver subito violenza fisica o psicologica. Di qui muove l’indagine della Mancini, che rileva anche come l’esposizione mediatica della violenza femminile sia di gran lunga superiore a quella maschile. «Si affronta la violenza in maniera unidirezionale, si tenta quasi di dare un genere alla violenza. In questo modo non si sta combattendo la violenza a 360 gradi, ma si sta combattendo un sesso. Quindi non si crea solidarietà nella lotta, ma si mette un sesso contro l’altro. L’importante è riconoscere che ci sono vittime di sesso maschile e vittime di sesso femminile, e difenderle».

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Mercoledì, 18 Dicembre 2013 | di @Carmine Morriello

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