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25 Lug
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Intervista all'autore - Mauro Baldassini

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?

Sono nato in Italia, ma a pochi mesi di vita la mia famiglia si è trasferita in Venezuela, dove mio padre, medico, ha fatto il malariologo e l'epidemiologo. Per questo motivo sono diventato venezuelano a tutti gli effetti, non come un abitante delle città, ma vivendo sempre in ambienti rurali, tra le Ande, il "llano". In questi luogo, mio padre è stato trasferito per combattere una epidemia di febbre gialla, un focolaio di malaria, di malnutrizione infantile e altre pesti tropicali. Solo a venti anni sono tornato a vivere in Italia, a Roma, dove ho studiato e mi sono laureato in medicina. Ho poi lavorato come medico ospedaliero, sempre a Roma, per trentacinque anni. Ma non ho mai interrotto i miei rapporti con l'America Latina, tanto che la mia prima moglie è stata una brasiliana. Per lavoro e per tradizione di famiglia, sono stato consulente di un ordine religioso ospedaliero con ospedali in terre di missione nel terzo mondo, e ho avuto occasione di fare frequenti viaggi in Sud America, Africa e Medio Oriente. Ora, da pensionato, scrivo delle cose che mi sono successe o che ho visto durante questi miei trasferimenti. Solo da qualche anno vivo in provincia e passo il mio tempo a raccontare di queste cose.




2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?

Sono sempre stato un disordinato e scrivo ogni volta che qualcosa, una lettura, una musica o un sapore, mi riportano alla memoria il mio passato. Comunque cerco di scrivere tutti i giorni, perché se devo avere un inizio per una nuova storia, credo che sia importante cercare di dare forma al ricordo con una scrittura più sobria possibile. In questo mi aiuta molto la mia professione di medico, conservo la partecipazione emotiva a quando scrivo, ma il procedimento del racconto deve essere sempre condotto facendo una storia anamnestica remota e prossima, l'osservazione di tutti i segni e sintomi, e alla fine arrivare alla diagnosi, che può essere ancora aperta al dubbio; nel qual caso faccio una richiesta di nuove indagini diagnostiche e consulenze.



3. Il suo autore contemporaneo preferito?

Non credo alla contemporaneità degli autori, Omero o Dante sono contemporanei come lo sono Calvino o Garcia Márquez. Oggi potrei dire che mi piace molto Eduardo Galeano, ma solo per un motivo di affetto essendo morto da poco più di un mese il suo libro "La venas abiertas de América Latina" a suo tempo mi impressionò molto. In generale posso dire che mi piace moltissimo Pasolini, anche come poeta e regista; vorrei inoltre avere la capacità di sintesi di Beckett o di Borges e la bravura di scrivere un incipit come quello di Kafka nelle "Metamorfosi". Ma sono solo esempi e la mia è solo invidia per i geni tutti.



4. Perché è nata la sua opera?

Il motivo più immediato che mi viene in mente è perché quando sono andato in pensione, separato dalla seconda compagna, uno dei miei figli venne a casa mia con un computer con poca capacità di memoria e me ne chiese uno nuovo, lui studiava ingegneria aerospaziale, dicendomi che mi lasciava il suo per scrivere le storie del Sud America che gli raccontavo quando era piccolo e alle quali non credeva ma che gli piacevano. Se poi volessimo dare un certo peso al destino potrei dire che essendo nato, per puro caso, a Pontremoli, paese di librai ambulanti e oggi sede del premio Bancarella, prima o poi averi dovuto cimentarmi con la scrittura.



5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?

Credo che da quanto ho finora detto, e scritto, sia stato determinante. Ma è una domanda da fare ai biografi e non agli autori: noi pensiamo sempre di scrivere la verità sociale nella quale viviamo per eventualmente proporne una nuova visione, che non è detto sia migliore di un'altra. In senso generale posso dire che avendo avuto conoscenza di diverse parti del mondo e di altre culture non tollero le idee di chi rivendica un punto di vista migliore di un altro. Un africano buono mi è più vicino di un bianco malvagio.



6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?

Assolutamente no. Se ne fossi capace scriverei anche di fantascienza, è solo un modo di guardare il mondo non per fuggirne. Che scrive storie del futuro, come quello che racconta il passato. lo fa con gli strumenti e de idee del suo presente e secondo un suo gusto personale.



7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?

Tutto, anche negli errori o nei falsi ricordi che a volte sono solo desiderio di avere fatto o vissuto in un certo modo.



8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?

Se mi devo riferire alle cause che mi hanno portato a scrivere, debbo ricordare di nuovo mio figlio, quello che mi ha regalato il computer. Fondamentale è stato anche l’altro mio figlio che è laureato in filosofia, con il quale ho sostenuto feroci discussioni sulla differenza tra arte e filosofia, rimanendo sempre entrambi in disaccordo totale, ma credo che sia perché lui possiede più argomenti di me e io gli oppongo solo il mio pressapochismo. Poi citerei mio fratello che vive a Los Angeles, si occupa di montaggio cinematografico e quando io parlavo con lui delle mie storie lui mi diceva sempre che dovevo tagliare il numero di parole così come lui tagliava scene non indispensabili per dare efficacia al film che stava montando.



9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?

Ovviamente ai miei figli e a mio fratello, poi alla mia ex moglie brasiliana e a un paio di colleghi di ospedale.



10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’e-book?

Questa è forse la domanda che mi interessa meno, sarebbe come chiedere a Dante se crede nel futuro della stampa. Direi che è solo una questione di tecnologia. Dovrei parlare dei mezzi con i quali verranno fatti i libri e portati a conoscenza degli utenti. Non sarà certo la modalità di diffusione a determinare la qualità del messaggio. Il problema si pone semmai in termini di democrazia nel controllo degli strumento che ci diamo, ma è un problema che va oltre il valore di un’opera d'arte. Ciò ha a che fare con l'assetto sociale del mondo e dovrei rimandare questi ragionamento a mio figlio, quello che fa il filosofo.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

La risposta è implicita nella precedente, non esistono mezzi buoni o cattivi, dipende dall'uso che se ne fa e per quali scopi.



 

 

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