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26 Nov
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TV 2000 intervista il reduce Di Raimondo

«Riccardo Di Raimondo, classe 1922. Chiamata alle armi giungo 1940. Aggregato alla Sessantasettesima Compagnia Genio, Divisione Pasubio. Destinazione: Fronte Russo».

Sono queste, le parole con cui Michele Sciancalepore, giornalista di TV 2000, introduce Riccardo Di Raimondo, il reduce della Campagna di Russia che ha raccontato la sua storia nel libro“La Ritirata di Russia. Dal fiume Don a Varsavia”, uscito per BookSprint Edizioni«In pochi mesi», continua Sciancalepore, «ha visto e vissuto l’inferno, ovvero la ritirata dei nostri soldati dal fiume Don a Varsavia, per migliaia di chilometri, a meno 40 gradi. Un inferno che per settant’anni Riccardo Di Raimondo ha voluto dimenticare, cancellare, rimuovere. Ora è qui con noi. Io non lo so quanto riusciremo a raccontare, perché la commozione rischia di avere il sopravvento. Proviamoci».

 Dopo settant’anni, Riccardo decide di raccontare, di ritornare ragazzo e ritrovare i suo compagni dispersi nella steppa immensa. «È stata mia nipote che mi ha incoraggiato a scrivere il libro. “Lasciaci un ricordo”, mi ha detto. Le sofferenze sono state immense. Scrivendo rivivevo quei tormenti indescrivibili».

E così il soldato Di Raimondo torna nella Divisione Pasubio. Armato di due bombe a mano e di quella macchina fotografica, che gli ha permesso di regalarci delle immagini straordinarie, torna a marciare sotto la sferza del vento di Russia. «La guerra abbrutisce gli animi. Marciavamo in colonna, e nessuno si preoccupa di raccogliere e aiutare chi cadeva. Nella bufera, si continuava».

Ma l’autore del libro riesce a conservare uno spazio dentro al cuore. In quel luogo segreto vive ancora l’umanità, la solidarietà. Questi sentimenti gli hanno permesso di salvare diversi compagni, preda di assideramento o in balia della malattie, dalla morte certa.

Egli stesso non sarebbe sopravvissuto senza la solidarietà delle popolazioni russe, non sarebbe sopravvissuto senza l’amore di Mariuska e Lidia. «Mi hanno salvato. Eravamo avidi d’amore, avidi d’affetto. Eravamo abbrutiti dalla sofferenza. L’affetto di una donna era per noi la vita». Ma i russi incalzano, non ci si può fermare. «Dovevo andar via, non potevo restare con loro. Se restavo e i russi mi scoprivano, ci avrebbero fucilato tutti».

Michele Sciancalepore rivolge un’ultima domanda a Riccardo Di Raimondo: «Se lei chiude gli occhi e torna con la memoria a quell’inverno, ‘42-43, la prima immagine che le viene in mente, qual è?».
Il reduce socchiude le palpebre sopra gli occhi umidi: «L’inferno. L’inferno bianco».

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Mercoledì, 27 Novembre 2013 | di @Carmine Morriello

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