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BookSprint Edizioni Blog

23 Ott
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Intervista all'autore - Antonio Pennetta

1. Che cos’è per Lei scrivere, quali emozioni prova?

Probabilmente, la parte più complessa nella scrittura di un libro è l’inizio: ci si trova di fronte ad uno sconfinato mare di pagine bianche cui urge essere riempito. Nella mia breve esperienza di scrittore, ho potuto constatare che, quella che potrei definire come una sorta di “bianco nulla” che le pagine di un’agenda (visto che, per molto tempo, ho preferito scrivere su agende) rappresentano, mi creasse due emozioni diverse, contrastanti e insieme, in un certo senso, coerenti.

In primis due tipi differenti eppure coerenti di repulsione: la repulsione per l’obbligo e l’urgenza di dover iniziare qualcosa (qualcosa che, nella mente, nel momento stesso in cui si inizia, non è appunto, altro che una semplice “cosa”) e la repulsione per l'idea quelle stesse pagine bianche che mi sembrava necessario riempire, avrebbero finito per fagocitare il mio pensiero e per appropriarsene, cosicché, quegli stessi pensieri che un tempo mi erano strettamente appartenuti, essendomi sottratti avrebbero finito per essere interpretati diversamente da chiunque li avesse letti e in definitiva, per diventare qualcosa di estraneo a me e a ciò che, in origine, avevo avuto intenzione che fossero; in secondo luogo, il piacere, la soddisfazione di avere di fronte a sé un mezzo (l’agenda) che sia pronto ad accogliere qualche sapiente mistificazione della propria anima.



2. Quanto della sua vita reale è presente in questo libro?

Per rispondere a questa domanda occorre chiedersi quale sia la mia concezione del romanzo:

1) Il romanzo è e non può non essere manifestazione mistificata dell’autore, da cui trae origine e che deve rivelare; per cui, nei miei romanzi ho sentito mio dovere creare una sorta di sfilacciamento della tela, come uno sfilacciarsi della trama e un districarsi appena percettibile, volubile e mobile (nel senso di non avere una frequenza prestabilita e di essere sporadico e “sorprendente”) dell’ordito, in modo che la superficie del romanzo (il superficiale splendore del mare ha, nel titolo, un timido rimando a questo) faccia intravvedere, dietro la sua apparente compiutezza e razionalità, il volto irrazionale, folle, arrogante nel suo bisogno di farsi notare e apprezzare, dell’autore
2) Nel romanzo si compie la piena identità tra Dio e autore: Dio ha creato il mondo con le stesse dinamiche e per le stesse ragioni per cui l’autore ha creato il suo personaggio
3) Il personaggio di un romanzo non può essere che unico, abile mistificazione dell’autore-Dio; null’altro esiste al di fuori di quel personaggio: l’universo è solo un corollario al personaggio-autore ed esiste solo in ragione dell’esistenza di quest’ultimo e perché quest’ultimo lo osserva, lo interpreta e lo interiorizza. Nulla esiste al di fuori del personaggio; e l’universo è solo l’anelito di spazio e tempo all’interno del personaggio, come Dio non è che l’anelito di assoluto insito nel personaggio (come, dopotutto, lo è in ogni uomo) e trae esistenza soltanto in ragione dell’esistenza del personaggio stesso
4) Il romanzo, come accade col nostro universo rispetto a Dio, finisce, col tempo - man mano che il romanzo stesso si allontana dal momento iniziale in cui è stata pensata la sua creazione e si è iniziato a implementarne la realizzazione – per emanciparsi dal suo autore-creatore e per assumere vita propria. Quando scrivo, se dapprima sono io a condurre i miei personaggi, man mano che il romanzo si sviluppa gli stessi personaggi finiscono per condurre inesorabilmente la mia penna e così come Dio, una volta create le leggi fisiche è condannato egli stesso ad attenervisi, così io, una volta definite le leggi del mio romanzo, non posso fare a meno di lasciare che assuma vita propria e si sottragga al mio controllo. Paradossalmente, l’universo che ho tanto faticosamente creato, finisce col rinnegarmi e separarsi definitivamente da me. E’ questo il momento in cui l’autore-Dio capisce che è ora di terminare il romanzo ed abbandonarlo a se stesso
5) Nel romanzo si può parlare solo di se stessi e di nient’altro, con le dovute mistificazioni.



3. Riassuma in poche parole cosa ha significato per Lei scrivere quest’opera.

Scrivere il mio romanzo è stato insieme un piacere e una condanna. Un piacere perché finalmente avevo trovato una modalità di espressione che fosse consona al mio modo di essere. Una condanna poiché, nel momento in cui ho sentito di dover diventare scrittore, quella necessità mi è apparsa come una condanna cui non avrei più potuto sottrarmi, un ruolo che avevo scelto con leggerezza e che mi condannava ad aderivi per sempre.



4. La scelta del titolo è stata semplice o ha combattuto con se stesso per deciderlo tra varie alternative?

La scelta del titolo è stata pressoché obbligata, derivando direttamente dal senso di abbandono e di solitudine che intendevo creare attorno al personaggio e da ciò che questi due sentimenti intendevo si producesse nella sua anima. Il superficiale splendore del mare, deriva dall'idea che il mare, per quanto possa apparire calmo in superficie, nasconda sempre in profondità un segreto e perenne lavorio, misterioso e impalpabile come l'agitarsi della nostra anima. Mi sembrava che il mare, per sua stessa natura, non potesse che acuire qualunque sentimento di solitudine e che potesse essere un emblema adeguato di un incessante lavorio interiore, talvolta fine a se stesso poiché talvolta anche il nostro pensiero, come quello del protagonista, tende, come le onde, ad avvolgersi su se stesso, senza posa e senza rimedio; senza soluzione, in definitiva. Infine, il fascino del mare è in qualche modo simile alla bellezza della ricerca di Dio, il tema principale del mio romanzo. Il mare sembra non abbia mai una fine; così è opportuno che sia per la ricerca: la fine della ricerca in un senso o nell’altro conduce ad una stasi pericolosa ed angusta: se si trova Dio, si rischia di non essere aperti ad altre esperienze o ad una più profonda conoscenza di Dio (ogni conoscenza è mobile e si evolve nel tempo: deve evolversi nel tempo, se non si vuole che si estingua nell’abitudine e nella disumanità, come accade per alcune bigotte, che sembra vadano in chiesa solo per abitudine e agiscano per abitudine alla fede: la più sordida morte della fede stessa…); se non lo si trova, la vita si avvolge su se stessa e perde di slancio, come un fuoco che progressivamente si spenga.



5. In un’ipotetica isola deserta, quale libro vorrebbe con sé? O quale scrittore? Perché?

Proust, per la grandezza della sua costruzione letteraria, per la perfezione del suo stile e per la bellezza del senso del ricordo. Celine per la brutalità e la forza della sua espressione letteraria



6. Ebook o cartaceo?

L'e-book è una rivoluzione comoda e sebbene lo ritenga utile, preferisco il libro cartaceo, poiché sono dell'idea che, per apprezzare un libro fino in fondo(così come per apprezzare e conoscere davvero una persona) sia fondamentale serbarvi un rapporto fisico: non siamo animali abbastanza evoluto per apprezzare appieno i rapporti virtuali, per fortuna.



7. Quando e perché ha deciso di intraprendere la carriera di scrittore?

Non ho mai inteso quella di scrivere come una carriera, poiché sono sicuro che, dovessi esercitare la scrittura per lavoro o per dovere, finirebbe per venirmi a noia o mi troverei per denaro a tradire me stesso e il concetto (piuttosto alto e chissà se reale) che ho di letteratura. In ogni caso, ho deciso di scrivere a ventiquattro anni, quando ho capito che, per quanto ben espresso e vicino al mio modo di sentire potesse essere ciò che leggevo nei libri, pure non mi apparteneva appieno e non poteva rappresentarmi. Avrei dovuto creare io stesso, generare io stesso una mia modalità espressiva e mie personali concetti: non avrei potuto fare a meno di gettare su carta la mia personale e, per questo, unica ricerca dell'assoluto.



8. Come nasce l’idea di questo libro? Ci racconterebbe un aneddoto legato alla scrittura di questo romanzo?

Per capire come nasca l'idea di questo romanzo, occorre partire da quel fatidico momento tutto sommato molto simile ad un minuscolo, insignificante, eppure enormemente pregnante, estremamente significativo Big Bang in cui ci si trova di fronte ad un foglio bianco nudo e crudo, cui urge essere riempito: la pagina bianca, la condanna del nulla, e la necessità di riempirlo. La prima volta che mi accadde di pensarvi, mi sembrò che un problema simile si sia dovuto affacciare a Dio un attimo prima che egli decidesse di dare inizio alla creazione. Egli aveva davanti il buio sconfinato del nulla; io la luce sconfinata di un bianco nulla cartaceo cui non potevo consentire di restare tale. “Non potevo consentire”… cosa mi impediva di consentire che restasse semplicemente una bianca, soffice materia immacolata? Nient’altro che il doloroso strabordare del mio io. Mi è venuto da pensare che, se Dio ha creato il mondo, probabilmente lo ha fatto in un momento in cui essere solo col proprio io doveva dolergli particolarmente: probabilmente c’è stato un tempo (ammesso che la categoria di tempo abbia senso prima della creazione) in cui Dio era molto simile ad un grosso contenitore colmo fino all’orlo. Un nulla poteva farlo strabordare, una minuscola particella di pensiero non avrebbe potuto aggiungervisi senza far traboccare tutto l’anelito di esistenza che quel recipiente conteneva. E quella minuscola particella di pensiero, ad un certo momento, si è aggiunta a tutte le altre facendo traboccare il pensiero nell’esistenza e generando il tempo. Così, io, ero arrivato ad un momento della mia esistenza in cui il solo esistere del mio io dentro l'angusto recipiente di me stesso avrebbe potuto fare solo due cose: o chiudere definitivamente il contenitore della mia anima e lasciare che il lavorio liquido e magmatico di quella finisse per spegnersi e marcire per inerzia, o lasciare che un ultima goccia di anelito di vita e di pensiero la facesse traboccare, come poi, in effetti, è stato. Allora, mio malgrado, sono diventato Dio io stesso, a descrivere il mio minuscolo, insignificante universo, il frutto della necessaria (e sottolineo “necessaria”, proprio come fosse un obbligo fisico e morale) urgenza di creazione della mia anima. Traboccando come da un recipiente, poi, l’anima, pur cambiando di forma, non cambia tuttavia di proprietà fisiche; dunque, per quanto una creazione intellettuale possa, in definitiva, essere una mistificazione (ed è persino opportuno che lo sia…), non può evitare di conservare le stesse caratteristiche di base che aveva quando ancora era tutta concentrata nel proprio recipiente.



9. Cosa si prova a vedere il proprio lavoro prendere corpo e diventare un libro?

Dev'essere qualcosa di simile alla nascita di un figlio: la trepidazione dell'attesa, il piacere di vedere la materia sorprendentemente nata dal tuo pensiero, la preoccupazione che non sia apprezzato o, quantomeno, che non sia compreso così come lo si vorrebbe. E, infine, la consapevolezza straziante di sapere di essere riusciti ad esprimere (per mancanza di mezzi adeguati, per difetto di coraggio...) tutto ciò che si annidava nella propria anima e che doveva traboccarvi fuori.

 


10. Chi è stata la prima persona che ha letto il suo libro?

La prima persona a cui ho avuto il coraggio di farlo leggere è stato un altro scrittore emergente di cui avevo apprezzato l'opera e che, leggendolo, mi dava garanzia che avrei avuto da lui un giudizio espresso con perizia e oggettività, per quanto possa essere oggettivo il giudizio su un'opera d'arte. Quella persona, che mi ha dimostrato sin da subito di apprezzare il mio romanzo, mi ha dato, poi, il coraggio per inviarlo alle Case Editrici.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Credo che l'audiolibro, come qualunque mezzo consenta di conoscere un romanzo e di apprezzarlo, sia un ottimo strumento, soprattutto se la lettura ne aiuta, come spesso accade, l'interpretazione del senso attraverso il tono, le pause e l'espressione di chi lo legge. Tuttavia, non credo che l'audiolibro, per quanto possa essere un mezzo comodo e utile, sia in grado di essere un sostituto perfetto del libro cartaceo. E ciò perché, da un lato, il libro cartaceo consente di ritornare a leggere i passi più suggestivi per comprenderli meglio, di goderli più a fondo rileggendoli e rielaborandoli nella propria mente, di intenderne in maniera più approfondita il senso meno immediato e di apprezzare fino in fondo il valore artistico dello stile e del contenuto; dall'altro consente un rapporto fisico con il lettore che resta fondamentale, al di là di ciò che il libro esprime, per apprezzarne il valore e per entrare in piena simbiosi con i suoi personaggi.  

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Venerdì, 24 Ottobre 2014 | di @BookSprint Edizioni

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