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BookSprint Edizioni Blog

06 Set
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Intervista all'autore - Rita Armanda Bigi

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?
Vivo da sempre in Ancona, la città che mi ha dato i natali, e da subito il mio primo habitat è stato il porto. Quindi mare, navi, barche, pescatori e contrabbando di sigarette.
Da piccola, molto tempo prima che raggiungessi l’età della scrittura, il mio migliore passatempo era quello di tenere in mano una matita o una penna e sporcare fogli bianchi con tanti scarabocchi. Senza nemmeno alcuna idea o volontà di disegno. Si trattava solo di un esercizio manuale. Avrei scoperto solo in età adulta che già stavo esercitandomi in un singolare atto meditativo: mettere in connessione la penna con il cuore. Infatti la trasmissione che parte dal quarto chakra, quello del cuore, viene canalizzata passando alla spalla, al braccio, alla mano e infine scaricata attraverso la penna sul foglio.

All'epoca la “connessione” non si concretizzava nella parola scritta, ma serviva solo per addestrarmi a “sentire” il passaggio della vibrazione interiore.
Credo che sia questo il motivo per cui il mio libraio, amico e psicologo, quando legge ciò che scrivo mi dice che ho cor/aggio e scrivo con il cuore.
Nei miei laboratori di scrittura creativa-meditativa, di cui sono l’unica ideatrice ed esecutrice, invito sempre i miei studenti a scrivere sopra fogli bianchi, dopo aver scelto una biro scorrevole, piuttosto che saltellare sulle varie tastiere di computer o smartphone.
L’atto dello scrivere poi è sopraggiunto spontaneo, come gesto di riflessione che mi permetteva di visitare gli spazi interiori. C’è chi esplora le latitudini della terra e chi viaggia nelle dimensioni del Sé dove le pietre miliari sono da sempre le domande esistenziali: chi sono, da dove vengo, dove vado etc.… Ed era bello a 14/15 anni non solo azzardare l’ignoto, ma anche costringerlo nello spazio breve di una poesia insieme alla complicità della propria compagna di banco.
Ritengo che scrivere sia soprattutto una bella modalità di vita.
Avendo maturato uno sguardo più contemplativo che acquisitivo, la mia scrittura si è fatta via via più descrittiva e incline a osservare non solo ciò che altri trascurano, ma anche a seguire l’oggetto osservato nel suo minuto percorso di trasformazione.
Da qui deriva la particolarità di certi miei racconti.
So bene che molti non gradiscono le parti descrittive, privilegiando la dinamicità dell’azione in conformità con un tempo che corre. Certamente sotto questo punto di vista sono in controtendenza. Ognuno fa le sue scelte. E però mi fa piacere essere in buona compagnia sul filo della "mia" tendenza. Proust dice che il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell'avere nuovi occhi. Ecco, il mio occhio è puntato a scoprire l’elemento straordinario che si nasconde nell'ordinario quotidiano e cogliere ciò che fa la differenza in uno scenario che, apparentemente, è sempre lo stesso. Da qui l’attenzione al dettaglio. E dalla mia parte c’è anche Mirò che dice: “Chi prestasse un poco di attenzione, sentirebbe respirare anche le pietre”. Ma chi va a occuparsi delle pietre, a meno che non siano preziose? In quanto all'attenzione poi sembra proprio che scarseggi nel nostro tempo. Perché l’attenzione mirata esige che ci si fermi, che s’interrompa l’azione in corso per osservare e riconoscere un qualcosa che avviene fuori dal percorso di utile consumo come può essere il rantolo di una foglia accartocciata o il respiro di una pietra che lentamente evolve. E questa è proprio l’attenzione che poi va a costruire la descrizione. Che diventa essa stessa azione e quindi narrazione a tutti gli effetti.
Non è un caso che i racconti SETTE STORIE DI CONFINE siano fortemente caratterizzati dalle descrizioni. Infatti ognuno di questi racconti rappresenta il raggiungimento di un livello di coscienza via via più elevata. Per questo l’azione si fa sempre più interiorizzata e il mondo esterno vale sempre meno per quello che immediatamente offre e sempre di più per ciò che nasconde e che costituisce il suo respiro, cioè la sua vita interiore. É da questa situazione che anche un granello di sabbia si scopre essere animato di vita propria e l’uomo può così entrare in intima relazione con una pianta, una barca e addirittura con la morte.
2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?
Nell'arco della giornata non c’è un tempo dedicato alla scrittura, ma c’è un tempo dedicato alla preparazione della scrittura, questo è il tempo della meditazione: l’ascolto consapevole del respiro, l’umile gesto di entrare nel silenzio creativo e la fiduciosa attesa senza aspettative.
Non si può scrivere se manca l’ispirazione e che cos'è l’ispirazione se non il risultato di una inspirazione? Ad ogni inspiro entrano nel nostro corpo con l’aria anche le idee. Una verità antica, se già Omero nel prologo della sua Iliade diceva “Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta…”
 
3. Il suo autore contemporaneo preferito?
Il mio autore preferito è Dino Buzzati per il suo occhio fantasioso, che sa ricavare trame surreali dall'ordinario quotidiano. E poi perché ha scritto molti racconti. Un tipo di narrativa, che non mi sembra sia molto apprezzato, ma che secondo me richiede abilità particolari.
 
4. Perché è nata la sua opera?
Poiché tutto quello che ho scritto è stato sempre parte integrante della mia vita, la scrittura non solo ha rappresentato uno specchio in cui riconoscermi e valutare via via il livello della mia emancipazione, ma mi ha fornito la grande opportunità di fermare il mio vissuto senza farlo volatilizzare nel tempo. Del resto “scripta manent”.
 
5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?
Direi che il contesto sociale sia stato irrilevante, mentre fondamentale per la mia formazione è stata la presenza di un amico di famiglia, il maestro, che mi ha supportato con la generosità della sua personalità carismatica e l’amicizia con la mia compagna di banco con la quale potevo condividere scorribande anticonformiste e creative. Vere lezioni di vita servite sopra il substrato di lezioni scolastiche di ordinario conformismo.
 
6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?
Scrivere, come già detto, è stato sempre un modo per raccontare la realtà, la mia realtà, perché è quella che conosco meglio, anche quando le storie sembrano completamente fantastiche. Tuttavia un tempo pensavo di scrivere per avere l’opportunità di vivere altre vite, per accorgermi poi di avere scritto sempre e solo di me, della mia paura, dei miei desideri, della mia ricerca esistenziale.
 
7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?
In ciò che scrivo di me c'è molto più di quanto io stessa possa immaginare.
Mi è capitato una volta di rileggere un racconto, che io credevo fosse completamente fantastico, e mi sono accorta, non senza stupore, che stavo vivendo proprio in quel medesimo tempo la stessa situazione psicologica che avevo raccontato venti anni prima. Con l'atto della scrittura e la protezione della fantasia l'avevo, non inventata, quella storia, ma semplicemente pre-vista.
Può anche succedere che la storia possa essere ri-trovata in un tempo passato invece che futuro. In ogni caso l'io scrittore è sempre direttamente parte in causa anche quando ricopre il solo ruolo di "osservatore".
 
8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?
Nessuno che abbia avuto un tale ruolo
 
9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?
I primi a leggere i miei testi sono state le giurie dei Premi Letterari. Sono stati i successi conseguiti che hanno rafforzato poi la volontà di continuare a scrivere.
 
10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’ebook?
Penso che, sì, l‘e-book sia il futuro della scrittura. E lo dico con rammarico. Io non leggo gli e-book. Sono cresciuta con il libro, da toccare, da odorare, da stropicciare, da sottolineare e da torturare con le mie note. Tutto un altro mondo, tutto un altro vissuto. Tuttavia devo riconoscere che l’e-book è molto pratico, non pesa, non occupa spazio, e ti puoi portare dietro un’intera biblioteca subito pronta ad essere consultata. E poi…costa poco.
 
11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Gli audio libri, oltre a permettere un certo tipo di “lettura”, anche quando si è occupati in altre attività, sono un valido aiuto per molte persone affette da deficit visivi. In questo caso la voce ha una rilevante importanza e una grande responsabilità non solo sulla fruibilità del libro, ma persino del suo stesso significato. Al messaggio della parola letta si sovrappone il messaggio della voce recitante. E sarebbe bene esserne consapevoli.
 
 
 

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Giovedì, 06 Settembre 2018 | di @BookSprint Edizioni

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