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13 Feb
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Intervista all'autore - Serena Lucchini

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?
Sono nata a Milano, una notte di settembre del 1980. Ho trascorso la mia infanzia in un paese di provincia, per poi trasferirmi in Svizzera prima, in Francia poi, durante gli studi universitari. Ora, vivo, con mio marito e i miei figli, in provincia di Como. Non ho mai pensato di diventare scrittrice. Un po' per umiltà, nei confronti degli autori che mi parevano irraggiungibili, un po' perché, come scrivo nel mio libro "ho sempre stimato troppo la mia grammatica e la mia sintassi" senza ritenere di avere realmente quella capacità di catturare empaticamente il lettore. Poi ho cominciato a mettere logica in quei frammenti di testo che uscivano dalle mie mani sulla tastiera; ho costruito un'architettura romanzata della mia vita. Quindi, ho pensato che se ciò che scrivevo mi emozionava, forse valeva la pena di comprendere se emozionava anche altri.


 


2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?
Con questo primo testo, i momenti sono stati i più disparati. Sono stata totalmente preda della mia ispirazione. La scrittura del secondo libro è, invece, stata più sistematica. Quando scrivo, chiedo a me stessa di crederci e di dedicarci del tempo. Preferibilmente, quando tutto ciò che ho da sbrigare quotidianamente per la mia famiglia è assolto, io e la mia immaginazione iniziamo una danza che a volte fa girare la testa tanto sono intense le emozioni che provo quando un'idea si veste di parole e, quelle parole, si colorano di emozioni. A volte i dialoghi assumono la solidità di una conversazione reale, al punto che, ho la sensazione che siano realmente accaduti, da qualche parte, nella mia storia di vita, anche quando si tratta di puri e semplici espedienti narrativi.


 

3. Il suo autore contemporaneo preferito?
Direi senza dubbio Daniel Pennac. La struttura dei suoi pensieri, il fermento della sua immaginazione, gli straordinari affreschi dei suoi personaggi, lo allontanano da qualsiasi cosa abbia mai letto nella mia vita, collaborando perfettamente con un'ironia raffinata diffusa in ogni sua produzione scritta. La saga Malaussène è eccezionale a mio modo di vedere.


 

4. Perché è nata la sua opera?
Questo libro è nato, è il termine corretto, in maniera quasi indipendente da me. A volte diffido dalla pretesa di prenderne il merito: non so dire bene come, si è trattato più che altro di occuparmi di lui, quasi fosse il libro stesso a chiedermi di prendermene cura. L'ho amato e l'ho odiato con la stessa intermittenza con la quale un cibo che ci delizia, ad un certo punto, diventa oggetto del disgusto più estremo, tanto ne abbiamo abusato. In quei momenti smettevo di guardarlo, di toccarlo, di plasmarlo. Poi, con tenerezza, mi riavvicinavo a lui oppure, lui stesso mi veniva a cercare. Mi ha sempre perdonata, è stato un amico fedele anche nei momenti più duri. In quei momenti, messa a dura prova, ho lasciato che mi facesse sentire dignitosamente utile e amata.


 

5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?
Credo che ci siano almeno tre elementi che hanno influito sulla mia formazione letteraria. Il primo è strettamente legato a mia madre: mi ha sempre suggerito di riempirmi gli occhi di tutto, lasciandomi attingere dalla libreria senza censura, acquistando libri per me e sollecitando la mia curiosità; credo ci fosse l'intelligenza di comprendere che leggendo, avrei creato io stessa quegli strumenti per interpretare e assimilare i concetti più disparati. Il secondo è legato a tre professoresse del liceo. I miei temi di italiano, inglese e francese hanno sempre ricevuto delle critiche positive, stimolandomi a rafforzare, attraverso la formazione letteraria, ciò che sentivo essere un talento in divenire. Il terzo elemento è legato a me stessa, alla mia sete di parole, alla mia attitudine ad emozionarmi di fronte a un testo, e alla ricerca, quasi leopardiana, di una conoscenza disperatamente assoluta e piena.


 

6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?
Una cosa non esclude l'altra. Sono fermamente convinta, se mi è concesso, che non esista una realtà a prescindere da noi, come un elemento esterno indipendente. Io credo che la realtà sia in qualche modo il prodotto del modo in cui l'uomo la pensa, la descrive, la interpreta. Solo in questi termini essa esiste. Pertanto, non ha, a mio avviso, senso, parlare di una realtà dalla quale evadere. Nel momento in cui pensiamo di emanciparci, attraverso l'immaginazione, dalla realtà, stiamo contestualmente creandone un'altra, che diventa la nostra casa. Ed è quello il contesto in cui siamo in quel momento. Senza che l'altra casa, che abbiamo lasciato, continui ad esistere senza di noi. Con le parole, le immagini, la musica, con qualsiasi forma di produzione artistica, in verità, si creano mondi. E tali dimensioni sono perfettamente reali.


 

7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?
Tutto. Ogni singola parola è un'estensione di me, nella forma che ho saputo darle. In alcuni momenti questo fa visceralmente paura.


 

8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?
Sì, tre amiche. La prima, avidamente appassionata di lettura. La seconda, generosamente appassionata di amicizia. La terza, stoicamente appassionata di felicità.


 

9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?
Alla mia amica Cristina. Mi ha dato forza, coraggio e un'onesta visione critica di ciò che, a suo avviso, poteva essere migliorato. Colgo l'occasione per ringraziarla di cuore, anche per il castello, meraviglioso, che sua figlia Sofia ha disegnato su una delle pagine della bozza stampata.


 

10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’ebook?
Se rinunciamo alla carta stampata, rinunciamo alla nostra storia. Mi auguro di no. Non credo si tratti di un aut aut. Sarei anacronistica se non sostenessi la pratica versatilità dell'ebook. Tuttavia, sono troppo riconoscente per le iscrizioni rupestri, i geroglifici egizi, sono grata ai sumeri, a Guttemberg, agli amanuensi, agli evangelisti... a chiunque, nel modo che sapeva, abbia definito la grandezza del genere umano, consegnando la sua memoria a qualcosa di tangibile e concreto.


 

11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Come ogni per ogni evoluzione, mi auguro che la nostra specie sia sufficientemente intelligente da cogliere la raffinatezza intrinseca insita in qualsiasi invenzione. Ci sono due concetti che mi incuriosiscono particolarmente. Il primo, la serendipità, ovvero lo stupore della scoperta di qualcosa mentre si è alla ricerca di altro. Questo implica una disposizione del genere umano all'umiltà di lasciarsi sorprendere e una capacità di pensare fuori dagli schemi. Il secondo, è una personale dichiarazione d'amore all'essere animale diverso dall'uomo, che prego, dal profondo del cuore, di insegnarci, una volta ancora, la saggia abitudine di seguire l'istinto. Concludo con una riflessione: ascoltare storie è bellissimo, che escano dalle labbra di una mamma, di una maestra, di una bibliotecaria, di un estraneo o di un attore avvezzo alla drammatizzazione. Ascoltare facendo altro non è necessario. A volte serve ascoltare e basta, seduti, zitti, con la bocca leggermente aperta di chi, assorto, si lascia trasportare in un viaggio senza sapere dove condurrà.


 

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Mercoledì, 14 Febbraio 2018 | di @BookSprint Edizioni

1 COMMENTO

  • Link al commento Loredana Basilico inviato da Loredana Basilico

    Scrittrice e mamma un ottimo mix per catturare l’attenzione e conivolgere nella lettura .... complimenti..... il libro è veramente bello

    Martedì, 13 Febbraio 2018 13:35

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