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26 Apr
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Intervista all'autore - Danilo Scappaticci

1. Che cos’è per Lei scrivere, quali emozioni prova?

La scrittura rappresenta un momento essenziale della vita e della giornata. Ogni pagina che getto sui diversi argomenti che affronto, segnala un tentativo di riflessione sulle grandi questioni che investono la mia riflessione. Grazie alla scrittura colgo aspetti e dinamiche che, in sua assenza, risulterebbero evanescenti, quasi nascoste. Ecco, diciamo che la scrittura è un'attività grazie alla quale è possibile legare il proprio essere ad un conteso ampio e generale.




2. Quanto della sua vita reale è presente in questo libro?

Nel libro che ho appena pubblicato è presente molto della mia vita reale in quanto mi occupo di filosofia anche a livello professionale, cercando di divulgarla ai ragazzi dei licei. Nonostante questo carattere che oserei chiamare abitudinario, nel libro ho cercato di dialogare con persone che non necessariamente affrontano in modo istituzionale le tematiche della conoscenza e della scienza, avendo come obiettivo quello relativo ad una sensibilizzazione ampia sui temi che vengono esposti nel lavoro.



3. Riassuma in poche parole cosa ha significato per Lei scrivere quest’opera.

Scrivere quest'opera ha significato per me cimentarmi con una sfida che mi ha permesso di entrare a contatto con quella che viene definita "sensibilità comune", con quel mondo che alcune volte viene sottovalutato, presi dalla costante attenzione verso mondi artificiali e precostituiti. Affrontare questa sfida disvelatrice per me ha rappresentato un modo per crescere e per cimentarmi con situazioni che consideravo impreviste.



4. La scelta del titolo è stata semplice o ha combattuto con se stesso per deciderlo tra varie alternative?

Diciamo che la scelta del titolo è stata abbastanza semplice, ho infatti cercato di legare il titolo al contenuto dell'opera e la scelta è caduta su un'immagine mitologica presente in un dialogo di Platone. Tale indirizzo conferma come, anche nell'innovazione ci muoviamo comunque all'interno di una tradizione e questa, deve in qualche modo essere valorizzata e apprezzata anche grazie ai cambiamenti e all'evoluzioni.



5. In un’ipotetica isola deserta, quale libro vorrebbe con sé? O quale scrittore? Perché?

Spero di non naufragare mai in un'isola deserta, per quanto un 'esperienza del genere sia dal punto narrativo ricca di simbolizzazioni e di sollecitazioni. Data tale premessa non mi sottraggo alla domanda e pur con notevoli difficoltà, indico un libro che potrebbe accompagnarmi in una situazione del genere. Al primo posto nella borsa del naufrago cerco di trovare un bel libro di Gabiel Garcia Marquez, “Cent’anni di solitudine”, che rappresenta un romanzo che in un contesto estremo credo possa accompagnare tale esperienza.



6. E-book o cartaceo?

Personalmente sono un sostenitore del cartaceo, in quanto ho un bisogno quasi infantile della tattilità, del contatto familiare con la pagina, la voluminosità del libro, il suo odore e il suo peso. Tuttavia credo che la dimensione digitale sia ineludibile e colga il bisogno di libertà e di informalità che si sono imposti con la rivoluzione digitale. Credo che questa alternativa può che escludente rappresenti un ampliamento della libertà di scelta individuale che la nostra ci fornisce.



7. Quando e perché ha deciso di intraprendere la carriera di scrittore?

Sono un appassionato di lettura ,divoro molti libri e il passaggio alla narrazione credo risulti conseguenziale, quasi una maturazione.



8. Come nasce l’idea di questo libro? Ci racconterebbe un aneddoto legato alla scrittura di questo romanzo?

Il libro nasce da un bisogno, da una costatazione circa l'inadeguatezza del dibattito comune sui temi relativi alla scienza e al rapporto tra questa ed il campo filosofico. Il lavoro nasce dal tentativo di emanciparsi dai facili luoghi comuni in cui è confinato il dibattito sui grandi temi della nostra epoca, attorno a queste sfide bisogna trovare il giusto equilibrio e quindi il lavoro cerca di fornire del materiale e degli spunti su cui tentare di far concentrare il lettore sulle questioni che maggiormente avvolgono la nostra esistenza.



9. Cosa si prova a vedere il proprio lavoro prendere corpo e diventare un libro?

La sensazione di vedere plasmata una bozza, un tentativo ancora grezzo, suscita indubbiamente stupore e meraviglia; si getta lo sguardo verso quell'inizio che sembra essere superato, si concretizza un qualche cosa che magari poche settimane oppure pochi mesi prima sembrava davvero lontano da realizzare. Quando il lavoro viene completato, si ha una sensazione di appagamento davvero indescrivibile, una sensazione umana di realizzazione di un progetto, del raggiungimento di un traguardo.



10. Chi è stata la prima persona che ha letto il suo libro?

Le prime persone a leggere il mio libro sono state le persone che mi sono vicine quotidianamente, ovvero i miei familiari.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Credo che l'audiolibro sia un formato che possa avere un futuro in quanto registra un connotato che ha dimensionato la nostra civiltà ,rappresentato dalla oralità. Con l'audiolibro infatti, possiamo ricollegarci a quella dimensione orale e narrativa che fino a pochi secoli caratterizzava la nostra civiltà. Ascoltare un racconto rimane un'attività che mobilita diverse facoltà e quindi credo che la dimensione acustica del libro debba essere valorizzata e promossa.

 

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