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20 Dic
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Intervista all'autore - Rocco Granese

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?

Sono nato in un paese della provincia di Avellino, a Montella. A 11 anni sono entrato in seminario, ma solo dopo circa tre anni ne sono uscito. La mia era una falsa vocazione e mi convinsi che era meglio cercare di essere un buon cattolico che un cattivo prete. Gli studi li ho condotti tra il mio paese (IPSIA), Salerno (ITIS) e Napoli fino a laurearmi in Ingegneria Elettronica. Due insegnanti di Lettere quando studiavo a Salerno, la D’Amore e la Sparano mi hanno fatto innamorare della letteratura. Amavo studiare la letteratura italiana. Ho sempre letto, ma non in maniera costante anche quando il lavoro e la famiglia erano priorità imprescindibili. Sono andato in pensione a novembre del 2015 e ho potuto finalmente dedicarmi alla mia passione: scrivere. Devo dire però che il mio libro “La storia di Roberto”, ho cominciato a scriverlo già da qualche tempo prima e principalmente di sera.



2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?

Solitamente dò seguito ai pensieri e riflessioni che maturo in serata e/o durante la notte scrivendo di mattina, ma ogni volta che posso ritagliarmi del tempo sufficiente, lo dedico alla scrittura.



3. Il suo autore contemporaneo preferito?

Fermo rimanendo la mia formazione letteraria che si rifà ai poemi omerici e quindi alla Divina Commedia di Dante, al Decamerone di Boccaccio per arrivare ai “I promessi sposi” che amo molto di Manzoni, e per continuare con “Il Piacere e “L’Innocente” di D’Annunzio e tanti altri oltre ai “I Miserabili” di Victor Hugo, a “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij e a “Guerra e Pace” di Lev Tolstoj, sono stati di mio interesse “Testimone del tempo” di Enzo Biagi e “Un altro giro di giostra” di Tiziano Terzani che mi ha molto colpito. Recentemente ho avuto occasione di leggere “Il cuore e la spada” di Bruno Vespa che ho reputato molto interessante ed illuminante su molti fatti e cronache della storia italiana. Da un po’ di tempo ho rivolto la mia attenzione ad autrici donne come Tehmina Durrani (Schiava di mio marito), Ayan Hirsi Ali (Infedele), Roberta Gately (Le Ragazze di Kabul) e Patricias Mc Cormick (Venduta) che con le storie raccontate, ma piuttosto fedeli alle realtà del mondo islamico, hanno evidenziato come sono costrette le donne, in quel contesto, a vivere in condizioni estreme di sottomissione al maschio, di assenza di libertà e come per esse è sempre una lotta continua per raggiungere un’emancipazione dai costumi, dalle usanze e dalle idee retrograde e non sempre, purtroppo, coronata da una vera vittoria. Non disdegno di leggere opere di Lara Swan che produce romanzi molto belli e di mio gradimento, ma anche opere di neo e giovani scrittrici e scrittori locali ai quali auguro che possano crescere e farsi conoscere almeno a livello nazionale.



4. Perché è nata la sua opera?

Ho voluto porre all’attenzione di chi leggerà il mio libro l’esempio di un giovane che ha saputo perseguire i suoi scopi, il suo obiettivo finale combattendo contro le avversità che la vita gli poneva davanti. Forse può costituire per i giovani un esempio da seguire nel loro modo di vivere ed affrontare la vita, di impegnarsi seriamente nel perseguire scopi alti ed importanti, per gratificare se stessi e le loro future famiglie al fine di garantirsi un futuro il più roseo possibile rinunciando a quell’atteggiamento sempre più diffuso, specie nei giovani, di degrado educazionale, sociale, di impegno e di studio.



5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?

Penso sia stato importante. Ho avuto l’occasione di incontrare ed avere degli ottimi educatori, dei bravi professori e le persone che mi hanno circondato sono state persone di cultura letteraria, molte di animo gentile e di grande disponibilità ad aiutare il prossimo pur essendo di diversa estrazione sociale. Ho cercato, indagato e trovato persone, sia uomini che donne, più confacenti ai miei gusti, al mio pensiero così che potessimo condividere un comune sentire.



6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?

Può essere sia l’una che l’altra. Si può scrivere tanto per evadere dalla realtà raccontando di mondi e personaggi fantastici e immaginari con sottesa una morale, quanto per raccontare fatti, circostanze, personaggi, periodi con riferimenti reali o simularli come tali per porre all’attenzione delle persone i propri valori, pensieri e personali punti di vista. Per me è un modo per raccontare la realtà o una parte di essa, senza rinunciare ad evidenziare e magari sottolineare i sentimenti, le emozioni, i moti dell’animo, ma anche segni, obiettivi che possono renderla sempre accettabile anche quando alcune volte si è portati a rifiutarla.



7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?

Ci sono diverse cose di me nel mio libro, anche se non proprio autobiografiche. Certamente mi riconosco nella determinazione e nella volontà di volermi affrancare dalle condizioni socioeconomiche in cui sono nato e vissuto ed il perseguire di un obiettivo non proprio facile e posto in alto, molto più in alto rispetto a quanto la contingente condizione mi poteva permettere, così come accade al protagonista nel perseguire i suoi obiettivi con molti sacrifici, ma ferma volontà.



8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?

Non proprio. Più che qualcuno, qualcosa. È stata la voglia di far conoscere una storia, molto vicina alla realtà, che potesse essere come uno sprone ed in particolare per i giovani, ad impegnarsi seriamente nella propria vita studiando o prodigandosi in attività proficue con determinazione prefiggendosi obiettivi importanti e fare il possibile se non anche l’impossibile per raggiungerli.



9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?

A mio figlio, anch'egli ingegnere, pregandolo di essere severo nella correzione di eventuali errori e della forma e fornirmi eventuali utili suggerimenti.



10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’e-book?

Può darsi, ma penso che la carta stampata non debba essere eliminata, ma essere affiancata dall’e-book perché questo oggi comincia ad essere molto diffuso tra i giovani. Il mio dubbio risiede nel fatto che i sistemi informatici sono soggetti ad evoluzione e le piattaforme di base future potrebbero non essere compatibili con le versioni attuali ed una gran parte degli archivi potrebbero non essere più fruibili creando così un deserto di informazione e di cultura. Da qui la necessità di salvaguardare la presenza del libro e quindi la coesistenza del libro e dell’e-book.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Penso che l’avvento e la diffusione dell’audiolibro possa essere molto utile, affiancato però sempre alla carta stampata. Penso alla divulgazione della cultura a qualunque livello e specialmente a favore di chi ha scarsa possibilità di concentrazione nella lettura o si stanca facilmente. Penso, inoltre, che possa tornare veramente molto utile per chi ha un importante deficit visivo perché potrebbe offrire la possibilità di acculturarsi o godere della bellezza di un libro ascoltando e non leggendo il suo contenuto.

 

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Mercoledì, 08 Marzo 2017 | di @BookSprint Edizioni

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