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13 Dic
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Intervista all'autore - Vittorio Catani

1. Parliamo un po’ di lei, dov’è nato e cresciuto? 

Sono nato a Lecce nel luglio 1940, da padre umbro e madre calabrese. Di Lecce però non mi resta nulla. Mio padre, Maresciallo, poi Tenente di Guardia di Finanza, aveva continui trasferimenti. Era appena esplosa la guerra, e sei mesi dopo la mia nascita la famiglia dovette spostarsi da Lecce a Francavilla Fontana, in provincia di Taranto. Tra i primi ricordi: bombardamenti notturni sulla vicina ferrovia, l’ululato degli allarmi e delle sirene, raffiche di mitraglia della contraerea, l’incrociarsi sul nerissimo cielo notturno dei fasci di luce, gente ululante che si precipitava nei sottoscala, dove peraltro si rischiava di crepare schiacciati come topi. Molta campagna (ricordo, anche con la puntura di un’ape), cani, galline, uova, bestiame, latte, enormi panorami di piante del tabacco e l’uva da vino e l’ulivo e mandorli – i tesori della Puglia. All’imbrunire, lunghe passeggiate con mio padre in campagna. Il cielo non era affumicato com’è oggi e le stelle risaltavano in modo spettacolare. Alle mie domande di cosa fossero quelle luci, mio padre spiegava che erano soli lontanissimi, con forse anche pianeti lontanissimi e forse abitati da creature di chissà quali forme. Io ascoltavo ipnotizzato immaginando viaggi impossibili.

 

A guerra terminata (1945) passammo a Brindisi: e qui nacque e maturò la mia prima "formazione". Amicizie, studi elementari, spiagge, cinema (ancora in bianco-nero), persino prime infatuazioni sentimentali. Navi da guerra e portaerei americane non ancora rientrate negli Usa stazionavano qualche giorno, il porto brindisino da 1000 e più anni ha offerto fin dai tempi dell’antica Roma riparo in tempi di guerra, per la sua vasta forma a testa di cervo con relative corna. Alcune portaerei USA erano anche visitabili. E poi marinai alti anche due metri in tipica divisa che pullulavano a gruppi per le strade canticchiando, schiamazzando, sbronzi fradici specie di sera, magari dell’ottimo vino rosso locale, sorridenti, pronti a darti una sigaretta (americana: un gioiello!) o a offrirti stecche di chewing-gum (quest’ultimo fino ad allora inesistente in Italia ma che poi invase i tabaccai). E fu a Brindisi che nel ’52 ebbi, dodicenne, il primo impatto con la fantascienza, di autori americani: il romanzo n° 6 in edicola di "Urania" (Mondadori), nuova collana parallela ai “gialli”, scoperta da un amico anche lui interessato. Titolo: “La Legione dello spazio”, di Jack Williamson (1908-2006). Non me l’aspettavo: avevo già letto “Dalla Terra alla Luna” di Jules Verne con entusiasmo ma questa lettura per me fu un colpo di cannone. Williamson è stato e rimane un Grande di questo genere narrativo. Tre anni dopo (1955) mi trasferii a Bari con la mia famiglia definitivamente, anche se poi risiedemmo temporaneamente per tre anni a Monopoli in provincia di Bari. Un turbine di mutamenti di luoghi, conoscenze, dialetti incredibilmente diversi tra loro e per me spesso incomprensibili al 90%; e poi le nuove piccole usanze e non facili amicizie, e le provenienze entrambe diverse dei miei genitori… Mi sentivo divenuto un apolide anzi peggio: a chi chiedeva sulla mia origine non sapevo cosa rispondere. Decisi di definirmi genericamente: “pugliese”. E in realtà lo sarei diventato perché son rimasto molto legato al mare Adriatico e le sue spiagge, le colline della Murgia, campagne piene d’alberi e fiori e prodotti di livello internazionale, e temperature eccellenti, e abbastanza lontano da allagamenti, terremoti, eccetera. E poi: letture, intense letture, sia di fantascienza ma anche di narrativa tipo “I tre moschettieri”, poi più avanti nel tempo di tutt’altro tipo: “La bella estate”, di Cesare Pavese , o “Racconti romani” di Alberto Moravia, o ancora “Un’avventura a Budapest” di Ferenc Körmendi, e Jorge L. Borges, perché geniale e assolutamente non trascurabile. Fino a Nabokov. Credo che tutto questo, che durò anni, mi abbia dato fin da giovanissimo un tantino d’elasticità di pensiero, di curiosità, entusiasmi, interessi per il “nuovo”. Ero uno studente (Ragioneria) dai medi risultati scolastici tranne per Italiano, Geografia Astronomica, Stenografia, Fisica. Materie predilette. Quelle che detestavo? Religione, Ragioneria, Merceologia. Ma non esito a dirlo: la mia vera maestra (nascosta) è stata la Fantascienza: con il suo fascino capace di spingere a indagare, approfondire, confrontare, rifiutare, ampliare il proprio orizzonte, porsi interrogativi, cercare risposte. E voglia di scrivere. 

 

2. Che libro consiglierebbe di leggere ad un adolescente? 

Dopo quanto detto certamente apparirò “di parte”: ad un adolescente consiglierei una storia di fantascienza. Ben scelta, ovviamente. Ho abbondantissimi motivi per sostenere questa risposta, basata su esperienze vissute. Ne riporto una sola. Negli anni ’90 fui chiamato da una docente, mia conoscente, dell’Istituto Scuola Media Lombardi di Bari. Mi chiedeva se fossi disponibile ad esaminare, a fine anno scolastico, gli scritti degli studenti d’una specie di piccolo concorso a temi, che però non aveva nulla a che fare con il giudizio finale scolastico. Una sorta di “gioco” a fini soprattutto educativi, istruttivi, costruttivi, ma anche di un divertimento creativo, personale e al contempo collettivo. Gli alunni potevano scegliere tra 7 argomenti: Narrativa, Poesia in più lingue e anche in dialetto barese, Teatro, Fotografia, Arti pittoriche, Balletto ed altro. Incuriosito, accettai con piacere il compito, ben sapendo che non sarebbe stato lavoro facile e leggero. E così fu. Ma non me ne pentii. Infatti, più d’un elemento mi colpì. Anzitutto i “racconti” dei ragazzi (non andavano oltre le 3-4 pagine massimo) avevano rarissimi errori d’ortografia o sintassi o di coniugazione dei verbi. Le storie narrate avevano un senso, una loro costruzione e non di rado sbocciavano idee sorprendentemente originali. Ma ancora più sorpreso fui scoprendo che la maggior parte delle storie erano di fantascienza o comunque con riferimenti al genere. Vero che quella fantascienza in buona parte ricalcava le serie televisive per ragazzi (peraltro talora tranquillamente seguite anche da adulti), mentre i soliti cattivi mostri marziani o le guerre stellari trovavano pochissimo spazio.

Negli Usa la “science fiction” (è il nome originale della fantascienza) ha goduto e gode di collane dedicate espressamente ai giovani: gli “ juveniles”, scritti anche da massimi autori: Isaac Asimov, Ray Bradbury, Arthur Clarke, Robert Silverberg e altri, alcuni giunti anche in Italia. Convinti che questa narrativa sia stimolo alla ricerca, alla scoperta, alla pace, la fratellanza, in un rapporto benefico tra natura e scienze. Mi piace riportare qui che insegnanti della stessa barese Scuola Media Lombardi , mi chiesero anche di portare sul sia pur modesto palcoscenico scolastico, una scena tratta da un mio romanzo, “I guastatori dell’Eden”. Una scena gioiosa di un lontanissimo futuro – diecimila anni – nella quale si inneggia alla finalmente raggiunta pace e comprensione dei popoli, popoli comprendenti anche una nuova specie terrestre ominide evolutasi nei millenni. La mia collaborazione con la scuola Lombardi durò dieci anni. Poi con il cambio della Direzione terminò, con mio grande rammarico.

Si deve dire che nel secolo scorso – specie anni ’60/80 – non pochi scrittori italiani anche di primissimo ordine spesso tentarono una via alla fantascienza, o comunque un avvicinamento a questo genere narrativo e talora, con mia sorpresa, con alcuni risultati davvero eccellenti: Luce d’Eramo, Guido Piovene, Gianni Arpino, Primo Levi (anche con pseudonimo “Malabaila”), Paolo Volponi, Dino Buzzati, Ennio Flaiano, Italo Calvino, Tommaso Landolfi, Umberto Eco, Giuseppe Cassieri, Giorgio Scerbanenco, Corrado Alvaro, Paolo Monelli, e non pochi altri. Per non tirar fuori “precursori” quali Emilio Salgari o – incredibile? – Ludovico Ariosto, che nel 1532 non si sognava certo di far fantascienza nel suo immortale “Orlando furioso”, allorché spediva il suo personaggio Astolfo sulla Luna, con il “carro di Elia”, per riprendere l'ampolla che conteneva il senno di Orlando. Non science fiction, ma forte segno di quanto naturale sia sempre stato nell’essere umano il sogno di vincere il mistero, ampliare il sapere, scoprire le meraviglie non solo del “suo” mondo a portata di mano, andando oltre. (Questo di Ariosto è solo un esempio fra altri, si può indietreggiare fino all’Antica Grecia, con Giuliano da Samosata, secondo secolo d.C.).

Per i curiosi o interessati: i “fantascientisti” dopo studi e ricerche hanno individuato la data di nascita della fantascienza: 1818, con il famosissimo romanzo “Frankenstein o il moderno Prometeo”. Romanzo scritto, forse non molti sanno, da una donna: Mary Wollstonecraft Shelley, consorte – altra meraviglia – del grandissimo poeta romantico Percy Bysshe Shelley. “Frankenstein”: Certo! Perché? il primo romanzo conosciuto in cui si risuscita un cadavere, quello di Victor Frankenstein unitamente a pezzi d’altri cadaveri, senza arti magiche o implorando Santi o con miracoli. Si attiva invece un nuovo macchinario che durante una tremenda tempesta risucchia e scarica in modo particolare un potentissimo fulmine sulla carne senza vita. Non è bello che la proto-fantascienza sia nata da una donna?

Anche la science fiction moderna ha una data di nascita: aprile 1926, con l’uscita, negli Usa, della prima rivista dedicata esclusivamente a questo nuovo genere narrativo: “Amazing Stories” (“storie sorprendenti”), creata da un immigrato lussemburghese, l’elettrotecnico Hugo Gernsback.

 

3. Cosa pensa della progressiva perdita del libro cartaceo a favore dell’e-Book? 

Per esser sincero mi è simpatico l’e-Book e ne ho uno, da anni in un cassetto e continuo a trascurarlo. Forse per resistentissima abitudine, forse perché tutto sommato mi resta più pratico – forse sembrerà strano – manovrare un libro che un e-Book. Concordo: quest’ultimo è ben altra cosa, offre molto di più. Non sono aggiornatissimo e non so in che percentuale, al momento, il cartaceo abbia perso numeri, né ho dinanzi uno schema con gli alti e bassi nel corso degli anni. Penso che se ci sarà un addio al finora prezioso amico libro, ciò avverrà, ma probabilmente non a breve. Del resto la fantascienza ha già da decenni presentato realtà nelle quali non c’è bisogno di carta ma nemmeno della plastica dell’ebook: storie in cui film, letture, storie, perfino dialoghi, saranno proiettati direttamente nel cervello. Diciamo, una tecno-telepatia. E guarda caso, il sottoscritto ne sa e scritto qualcosa! :-)

 

4. La scrittura è un colpo di fulmine o un amore ponderato?

Domanda cui non mi è facile rispondere. Potrei dire: è sia “colpo,” sia “amore” (per la scrittura), ma è un dire piuttosto generico. Per quanto mi riguarda: solitamente le idee vengono riflettendo e/o fantasticando sulle conseguenze di un evento, un desiderio, un timore, un’idea, una lettura, un’invenzione o scoperta scientifica che lascia immaginare strepitosi (o terribili) risultati, o ancora se un governo emette leggi inaccettabili, o il concetto di “famiglia” comincia a traballare, o l’economia diventa catastrofica, o è l’ambiente a venire distrutto, eccetera… Talora la scrittura è uno sfogo: scaricare sul lettore eventi o sensazioni personali, mostruosità o meraviglie. C’è anche chi scrive per dimostrare la sua eccezionale bravura, ma il più delle volte con risultati, come dire, opposti. Molti sono i motivi che possono spingere a scrivere. Penso che lo scrivere sia anzitutto bisogno di comunicare. Che però ha leggi diverse del dialogo. E occorre anzitutto assimilare queste leggi. Ma come? Leggendo.

 

5. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro? 

Confesso subito: c’è parecchio del mio “vissuto” in “Replay di un amore”. Nella mia realtà non ci sono stati però sangue né pillole mirabolanti né false allucinazioni; e tuttavia constatiamo come oggi le ricerche e tecnologie riguardanti il cervello umano procedano al galoppo: oggi, nulla esclude che in brevi anni a venire, alcune di queste fantasie diventino realtà. Inoltre: l’esistenza di questo romanzo è stata casuale. Mi spiego. Molti anni fa (1994), un giorno incontrai per strada un caro amico barese, Giorgio Saponaro, mio ex collega d’ufficio quando ancora lavoravo in banca, nonché noto e stimatissimo, prolificissimo scrittore pugliese (centinaia di romanzi, migliaia di racconti). Giorgio era di casa nel mondo della stampa, editoria eccetera, e sapeva che io scrivevo fantascienza, narrativa (aggiungo) su cui quest’amico non si era con me mai espresso e che chiaramente non rientrava nei suoi interessi. Aggiungo che Giorgio era e resta tuttora, sebbene avanti in età, un buontempone nato. Finito il chiacchierio di chi fa un incontro dopo un lungo periodo di tempo, Giorgio mi disse che con un editore pugliese, Schena, aveva creato una collana di romanzi brevi: storie d’amore. Ed era alla ricerca di autori. Mi chiese se volessi partecipare anch’io. Gli risposi che non avevo mai scritto romanzi non di genere (alias mainstream ) né tanto meno sul tema “amore”. Ma lui insisteva e a un certo punto disse: “Ma allora: fai un romanzo di fantascienza d’amore!!”. Rimasi perplesso. Ma l’occasione era allettante: uscire almeno una volta, magari anche due dallo stretto giro della fantascienza, genere in cui io non ho mai trovato i sentimenti quali tema portante. Per me poteva almeno essere una prova. Acconsentii. Un mese dopo “Replay di un amore” era sulla scrivania di Giorgio; un mese ancora dopo fu nella vetrina della rinomatissima libreria barese Laterza, che nei primi anni ’40 aveva pubblicato numerosi testi di Benedetto Croce.

Ok! Ma da dove m’erano arrivate idee trama e personaggi del “Replay?” Semplice: mi venivano da me stesso. Stavo vivendo il momento peggiore della mia vita: separazione dalla mia prima moglie, dai miei due figli. Ero sconvolto, talora con forti sensi di colpa, altri con rabbia. Davanti a me e ai miei due figli adolescenti vedevo il vuoto assoluto, giorno e notte rimestavo con la fantasia i miei futuri: qui scattò l’idea per una storia, e il trasferire questo su carta sarebbe stato per me uno sfogo notevole. E dunque scrissi il romanzo, che però non risultò una fedele trascrizione della realtà: solo uno spunto, diciamo: il 95% fantasia. Il rimanente 5% realtà.

Aggiungo a conclusione: la massima parte della mia narrativa nasce come qui illustrato: elaborazioni fantastiche del vissuto. Ho definito ciò che scrivo “fantascienza del reale”. 

 

6. Quale messaggio vuole inviare al lettore?

Ne risulta – da quanto sopra detto – che a chi sfoglia i miei scritti vorrei inviare sensazioni, condividerle. Interrogativi con ricerca di risposte. Ciò che ho scritto in 62 anni, (il mio primo scritto è del 1954 ma rimasto con altri nel cassetto; il primo pubblicato è del 1962). Non sempre però lo sfondo è drammatico. Ho scritto storie di genere ironico, tecnologico, altre a tema religioso, o politico, avventuroso, o dove si parla di musica, o il tema è l’ecologia, o è il sesso, e altro, quasi mai riprendendo e rielaborando idee da altre letture e con particolare interesse per il sociale. Non amo affatto riprendere neanche temi o argomenti già da me usati per roba già scritta. Detesto i “sèguiti” dei romanzi, solitamente in questi prevale l’interesse economico sull’originalità e vivacità: un copiare se stessi. Tranne casi eccezionali, ovviamente.

 

7.La scrittura era un sogno già da piccolo o ne ha preso coscienza nel corso della sua vita?

La scrittura mi è nata tra le mani nel 1954 (come detto precedentemente), e me ne venne la voglia progressivamente, un paio di anni dopo la lettura del già citato romanzo: “La Legione dello spazio” di Jack Williamson autore americano che seppe coinvolgermi enormemente con la lettura (era il 1952). Romanzo avventurosissimo con viaggi in astronavi tra stelle lontane, su strani pianeti e pericolosi extraterrestri polipoidi, con trovate narrative d’un tale realismo da lasciarmi stordito. Per me era decisamente nuovo, una scoperta preziosa. Si trattava (già accennato) del volume numero 6 di una nuova collana, “Urania”, edita da Mondadori e che faceva capolino non nelle librerie ma dai giornalai. Questo romanzo sarebbe poi diventato un classico dei suoi tempi. E decenni dopo (1977) George Lucas, regista dei film della serie “Star Wars” raccontò che per alcune scene si era ispirato a questo romanzo di Williamson (e nel vederlo io me ne ero accorto).

Dunque, presi carta penna e inchiostro l’estate del 1954, a Fiuggi, dove la mia famiglia andava ogni anno d’estate per una ventina di giorni nella casa offerta da un amico di mio padre, perché lì faceva una cura renale con la famosa “acqua di Fiuggi”. La casa si affacciava su una strada secondaria in discesa ed era circondata da molto verde. Ideale per scrivere, pensavo. E in realtà scrissi. Avevo idee per l’avvio ma non del seguito né per il finale, Mi bloccai a pagina 21, esausto, senza più idee e deluso. Avevo dato un titolo che io stesso trovavo balordo: “Morbo orrendo” ed era ispirato, guarda caso, da “La Legione dello spazio” di Williamson.

Non mollai. In seguito, un altro romanzo stavolta si fermò a metà: anche qui carenza di idee e disinteresse al seguito. Decisi che avrei continuato a scrivere, ma solo racconti.

Le cose andarono molto meglio. Da allora fino ad oggi, incoraggiato anche da lettori ed editori, ho scritto centinaia di racconti anche con temi su richiesta: “Replay d’un amore” può rientrare in questo panorama. I miei romanzi sono solo cinque. Da molto tempo la maggior parte della mia science fiction verte su tematiche sociali: ultimo esempio il romanzo “Il Quinto principio” (2009) , edito da Mondadori e vincitore anche questo del Premio Urania per il romanzo di fantascienza migliore dell’anno, di recente rieditato da Meridiano Zero/Odoya, e che è forse anche il romanzo di fantascienza italiano più lungo mai scritto: 457 pagine, per una dozzina di storie che s’intrecciano e con una quindicina di personaggi alcuni dei quali alla fine s’incrociano. Ma non concludono, lasciando aperte altre strade, per chi volesse percorrerle.

 

8. C’è un episodio legato alla nascita del libro che ricorda con piacere? 

In verità scrivere questo breve romanzo mi regalò – come già scritto – l’onore di ritrovarlo nella vetrina della libreria Laterza. E dopo, la gioia di commenti positivi dei lettori (anche di non lettori di fantascienza) ed editori. Ma durante la scrittura, inevitabili lampi di memorie… tristi? felici? Non so. Ma ora il presente è felice con la mia seconda moglie, straordinaria compagna (e poetessa) da 25 anni!

 

9Ha mai pensato, durante la stesura del libro, di non portarlo al termine? 

Come già raccontato, i due primi romanzi (poi anche qualche altro) finirono incompleti nel cassetto. Ma forse mi erano stati utili, perché finalmente dopo un paio di decenni uscì il mio primo romanzo: “Gli universi di Moras” (1991), che narrava d’un uomo il cui lavoro era visitare universi paralleli al nostro e trarne scoperte e notizie, meraviglie e orrori. E però anche per questo romanzo non tutto era andato liscio: l’abbandonai più d’una volta e insomma impiegai un decennio per portarlo a termine. Ma fui fortunato, anzi fortunatissimo: in quel periodo la Mondadori aveva cambiato gestione per le collane di romanzi e fantascienza. Per la quale purtroppo Mondadori aveva fatto pochissimo e questo pochissimo molto discutibile. Ma con la nuova gestione, finalmente si apriva la porta anche ai romanzi fantascientifici di autori italiani! Ne venne fuori un concorso: per romanzi di casa nostra, con la pubblicazione nella collana “Urania” per il vincitore, eventualmente anche per qualche finalista, se ritenuto anch’esso valido.

Era proprio il momento in cui mi trovavo da mesi con il mio “Gli universi di Moras” finalmente terminato nelle mani, e non sapevo a chi spedirlo. Il Premio Urania era una manna caduta dal cielo, e tuttavia io ero incerto, non ero affatto convinto della validità: come capitato per precedenti miei lavori, temevo che anche Mondadori avrebbe fatto come altri editori: io spedivo… e non ne sapevo più nulla. Tanto più che il mio “Moras” era fantascienza, ma non come quella comune… una narrativa, la mia, di riflessioni, interrogativi, e certo non movimentati tranne per le peripezie del protagonista. Comunque spedii. E dopo un paio di mesi… Una mattina mi giunse una telefonata da Mondadori: avevo vinto il Premio Urania.“Non c’è male”, mi dissi quasi incredulo. “E dire che anche questo romanzo ha rischiato per dieci anni di essere scaraventato, incompiuto, nella spazzatura”. Da allora, ho sempre portato a termine ciò che scrivo. Soprattutto se non mi convince.

 

10. Il tuo autore del passato preferito? 

Per la fantascienza credo sia restrittivo rispondere a questa domanda citando un solo autore. La narrativa mainstream si evolve nei decenni e nei secoli, ma restando sostanzialmente se stessa (tranne alcuni benefici scossoni peraltro di non lunga durata tipo futurismo, surrealismo, neorealismo e altro). La science fiction invece assorbe e fa sue, direi “per sua natura”, le notevoli mutazioni tematiche e di atmosfere dovute all’evolversi di tecnologie e scienze, si tratti delle scienze esatte (hard) o sociali (soft). Esplose il filone cyberpunk, di cui sono ritenuti “padri fondatori” William Gibson con il suo rivoluzionario romanzo “Negromante” (1984) e Bruce Sterling: e lo scenario cambiò ancora. Sullo sfondo di un enorme aumento mondiale del divario tra ricchi e poveri, si snodavano storie – ispirate al genere noir – d’una agguerrita malavita tecnologizzata ed economicamente potentissima. Anche il cinema non perse occasione, con film memorabili: basta citare “Blade Runner” (1982, regista Ridley Scott). Il narrato venne invaso da robot quasi umani e viaggi in abissi cibernetici e altre meraviglie che ponevano interrogativi circa l’essenza dell’uomo e dell’universo. Ma giunse il momento in cui scrittori negli Usa, manifestarono: il cyber non tirava più. Un crollo durato anni.

Credo che la faccenda si sia risolta da sé. Personalmente, il sub-genere “cyber” – che avevo usato anch’io entusiasticamente in vari racconti – aveva saturato pure me, ma dopo anni mi suonava insopportabilmente ripetitivo. Dopo il cyber, più nessuna “rivoluzione” nella fantascienza, nessuna scoperta scientifica che potesse procurare un evento “forte” tale da rifornirle nuova energia? Autori e lettori, anche editori: noi restiamo in fedele attesa.

E dunque: per mio “autore preferito del passato” ritengo qui di dover estendere le mie preferenze anzitutto con un cenno alla narrativa mainstream che – potrà sembrare assurdo – mi ha spesso suggerito con sue espressioni, scenari e stile , rielaborazioni fantastiche accettabili per quanto occorre. E dunque di questi autori mainstream ricordo qui: Vladimir Nabokov, sia per il celeberrimo – ai suoi tempi – romanzo “Lolita”, che mi suggerì alcune idee per il mio romanzo “Gli universi di Moras”, e sia per “Ada”, romanzone d’amore ancora di Nabokov con sottilissimi riflessi fantascientifici che potrebbero sfuggire al lettore distratto. Lessi, poi rilessi “Ada” altre sei volte (un mio record). Un altrettanto importante scrittore per me è stato Cesare Pavese, del primo ’900 e già citato. Al quale aggiungo l’amicissima grande scrittrice anche di fantascienza Luce d’Eramo, che purtroppo non è più. E poi: a metà ’900 William Faulkner, e gli strepitosi racconti di Ernest Hemingway, e quelli di Truman Capote, scrittori statunitensi questi ultimi 3 che non rientrano nell’elenco fantascientifico. Ma mi hanno ispirato… Per quanto riguarda la “pura” fantascienza, l’elenco è anche breve. Un elenco più completo sarebbe interminabile.

Mio autore preferito era e resta lo statunitense Isaac Asimov (1920-92). Per la precisione: Isaak Judovič Ozimov, figlio di emigrati sovietici, ma di origine ebraica. Biochimico e brillante divulgatore scientifico, autore anche di bellissimi romanzi per giovani (gli juveniles) ha saputo mescolare scienze, idee affascinanti, personaggi memorabili, trame sempre di grande interesse, con una scrittura chiarissima e subito individuabile.

All’amatissimo Isaac mi si permetta d’affiancare l’inglese Arthur C. Clarke (1917-2008). Astronomo, inventore, ci ha dato anche lui storie originali e memorabili lasciando almeno un’impronta roboante, indimenticabile: è suo il romanzo da cui fu tratto il film omonimo, “2000:Odissea nello spazio”, Regista Stanley Kubrick. Geniale inoltre una sua idea che nel 1945 davvero cambiò la nostra vita: usare i satelliti geostazionari per le comunicazioni, così migliorandole enormemente. Nacque così l’Orbita Geostazionaria, nota anche come Orbita Clarke in suo onore. Esiste anche l’asteroide 4923-Clarke. Con il romanzo “La Città e le stelle” (1948) invece Clarke anticipò in modo affascinante una Internet nella quale potevano introdursi non solo dati ma anche esseri umani, spogliandosi del corpo e inviandovi solo la propria immagine e la mente (operazione reversibile). Idea che sarebbe stata ripresa in modo esteso ed affascinante una trentina d’anni dopo, allorché Internet arrivò realmente a noi (senza però smaterializzazione di menti corpi e oggetti, ma chissà che in futuro…)

Qualche altro autore che ritengo non trascurabile… Mi limito a:

  • Philip K. Dick (1928-1982) è autore di una science fiction originalissima tra l’avventuroso e il filosofico: manipolazione sociale, simulazione e dissimulazione della realtà, della comune concezione del "falso", l'assuefazione alle sostanze stupefacenti, la ricerca del divino.
  • Stanisław Lem (1921-2006) è stato uno scrittore polacco il cui nome venne alla ribalta con il film “Solaris” (1972) tratto dal suo romanzo omonimo, e del regista il russo Andrej Arsenjevič Tarkovskij. Parole non mie, ma di Wikipedia: “Lem costringe i suoi personaggi ad affrontare profonde riflessioni introspettive, unitamente ad una critica etica e morale della società, nel momento in cui essi si vengono a trovare in situazioni che sono del tutto estranee alla normalità. La sua preparazione e la capacità di grande speculazione filosofica ha permesso a Stanisław Lem… (ecc.)
  • Fr-ederic Pohl. (1919 -2013, “padre” della social science fiction); e poi James J. Ballard, e Ursula K. Le Guin.
  • Concludo sfiorando due nomi indimenticabili: Robert A. Heinlein con il suo romanzo “Straniero in terra straniera” (1962) che ebbe un successone anche al di fuori della cerchia fantascientifica. Si avvicinava il Sessantotto con le sue rivoluzioni culturali, e le sue tematiche libertarie, specie sessuali: il romanzo divenne dichiaratamente la “Bibbia” dei famosi Figli dei fiori. Altrettanto successo, anzi maggiore, il romanzo “Farenheit 451” di Ray Bradbury che descriveva un mondo schiavizzato oltre l’immaginabile, dove perfino i libri sono proibiti: i lettori sono puniti se scoperti con libri in casa, e quindi carrettate di volumi bruciati nelle piazze. Il titolo del romanzo è una temperatura: quella che occorre per dar fuoco alla carta. Nel 1966 il romanzo fu portato sullo schermo dal regista Français Truffaut.Tra tutti questi autori mi sarebbe davvero problematico sceglierne un “migliore”. Forse anche a voi?
  •  
  •  11.Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Sì, l’audiolibro si sta ormai diffondendo. Decisamente interessante, parché può risultare utile in molte circostanze, tanto più che può essere accompagnato, insieme alla voce, anche da musiche, rumori, commenti e tutto quanto vogliamo. Diciamo che, in verità non è più definibile “libro”. Penso che era inevitabile che prima o poi venisse alla ribalta (la fantascienza l’aveva previsto da decenni). E penso che potrebbe evolversi ancora di più, se riuscissimo anche ad aggiungervi la voce umana in diretta. Dialogo insomma, con un apparato che riceve le nostre parole, le comprende e reagisce. Insomma, una specie di robot parlante.

Siamo alla Isaac Asimov (per restare in tema). Mi assale un dubbio: arriverebbe un momento in cui verranno aboliti i libri? I giornali? Magari anche gli spartiti musicali? Insomma tutto a quasi ciò che va letto? Attenzione: torno ancora al geniale amico buonanima Isaac: ricordo un suo racconto del 1959 intitolato “Nove volte sette” nel quale cui i conteggi e tutto quanto nella nostra vita quotidiana dovesse abbisognare di calcoli, veniva eseguito con macchine. Finalmente! Ma ahinoi, accadeva che più nessuno sapeva cos’è la tavola pitagorica, nessuno capiva più come si fa 2+2, con conseguenze catastrofiche. Quando lessi il racconto, mi piacque molto perché era ben scritto, ma giudicai un eccesso questo finale catastrofico. Ebbene, gli anni sono trascorsi, ora abbiamo realmente macchine che ci fanno tutti i calcoli alla velocità di un fulmine. E non molto tempo fa in un programma Tv di giochi, partecipante giocatore veniva richiesto “quanto fa 9x8”. Ebbene il giocatore rimase muto. E per me, questo non resta un caso unico. Mi chiedo: ma nelle scuole non si insegna più neanche la tabellina… Pitagora urla! si contorce nella tomba! Ma dove è finita la matematica d’una volta?? Torno all’audiolibro: bellissimo eccetera, ma attenzione. Altrimenti i nostri figli non sapranno più leggere né scrivere neanche l’abbecedario!!!

Forse, per alcuni lettori, quanto ho riportato qui dà un’idea diversa da quella che comunemente si ha per chi non abbia avuto occasione (non è un delitto) di fare un passo più addentro negli (parola qui appropriata) “universi” della fantascienza. Buona lettura!   

 

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Martedì, 13 Dicembre 2016 | di @BookSprint Edizioni

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