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30 Mar
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Intervista all'autore - Vincenzo Campanile

“Mia madre è italiana, mio padre è ebreo ed io sono in terapia.”

Nel nostro caso è l’esatto opposto: mio padre è italiano, mia madre è ebrea e noi siamo perfettamente sani … ma lui è al manicomio!

 

1. Che cos’è per Lei scrivere, quali emozioni prova?

Ricorro ad una delle metafore che contraddistinguono lo scribacchino che non svolga professione letteraria e che pertanto trovi conforto nella materia meglio conosciuta: la scrittura rappresenta il risultato di un lento processo metabolico che l’anima opera sul nutrimento voracemente ingerito con le letture piú svariate. Qualcuno vi comprende finanche l'etichetta delle bottiglie di vino! Quanto all'emozione: direi la soddisfazione di mantenere un perfetto equilibrio omeostatico; tanto per proseguire con la metafora: conservare costante una virtù interiore, disturbata da fattori ambientali esteriori inclini al vizio, portandola alle estreme conseguenze che la fanno divenire essa stessa vizio. Insomma, per dirla con Edith Wharton (citazione: altro tratto distintivo dello scriba): l'esaltazione del vizio della virtú (ossimoro: ciò che alla fin fine mi contraddistingue meglio; oltre alla preferenza per il contenuto della bottiglia!)



2. Quanto della sua vita reale è presente in questo libro?

Ho scelto questo terzo gruppo di domande perché ho notato che nei primi due avrei dovuto indulgere alquanto alla descrizione di me stesso, circostanza (elemento esteriore di disturbo) che mi mette a disagio quanto nessun'altra. Quello che c'è da sapere di me, è riassunto brevissimamente in quarta di copertina; e tanto basta. Quanto al resto, il lettore piú paziente, che abbia la benevolenza di trascinare la fatica fino in fondo, troverà sufficiente argomento per capire come, oltre che nella materia medica, lo scriba cerchi conforto nella dubbiosa conoscenza di se stesso, attività che lo rende propenso alla semiseria riflessione: non mentale, ci mancherebbe, ma mera constatazione del possesso di uno specchio! Affermazione, questa, che sembrerebbe andar di pari passo con la preferenza del contenuto della bottiglia. Tranquilli amici, la contrapposizione di cui sopra è solo metaforica!



3. Riassuma in poche parole cosa ha significato per Lei scrivere quest’opera.

Trattandosi fondamentalmente di un'autobiografia sul piano familiare: la mia famiglia, moglie e due figli; ma soprattutto quella genitoriale: padre, madre e le loro angosce, mi verrebbe da dire: una liberazione, preannunciata alla nascita dalla divertente premonizione che mi vide soprannominare "urinatore birichino" (pisciasott nella mia madre lingua). Altra connotazione fortemente liberatoria è presente nella personale descrizione delle vicende politiche italiote, specie quelle contrassegnanti le ultime elezioni politiche e penultime presidenziali, che hanno tributato a noi il triste primato di essere rappresentati alla massima carica dello stato da un neo-ex-presidente pro tempore, in attesa degli eventi. Potrei continuare, per dar forza alla corrente liberatoria, con gli aspetti deteriori socio-culturali che la mia visione fortemente pessimistica ha messo in evidenza. Lascio perdere: ne risulterebbe un'autentica alluvione (da richiedere il catetere vita natural durante!) Pur non tralasciando l'umore del neofita ondivago tra il timore della lapidazione, dettato dalla scabrosità degli argomenti affrontati, e l’entusiasmo, dettato dalla mera constatazione dell’impresa, voglio mettere, piuttosto, in evidenza un altro aspetto: il piacere della scrittura. In una parola il puro e semplice divertimento. Torno indietro con una minaccia: tenetevi forte, questo è solo il primo elemento di quella che la mia mente malsana ha concepito come trilogia autobiografica. "Errata corrige" incombe, si salvi chi può!



4. La scelta del titolo è stata semplice o ha combattuto con se stesso per deciderlo tra varie alternative?

Avrei voluto intitolarlo Libero filosofar, titolo di sostanza, per altro presente nel libro nella sezione delle invettive amabilmente rivolte ad un professore di storia e filosofia (mancato, che ha rimpiazzato la ricerca dell’amata luce con la mitologia – perdoni, il mito, il mitomane alla vana cerca di un quarto d’ora di pubblicità – delle luminarie, pardon “luci d’artista”, attraverso una tambureggiante propaganda politica politicante, infarcita delle chiacchiere dell’anti-politichese, tra una vicissitudine giudiziaria e l’altra – maledetti “ricorsi delle pippe e delle palle”); ho dovuto, tuttavia, ripiegare su di un titolo di forma: Post scriptum appunto, incalzato dal secondo dei miei figli, quello che, oltre a regalarmi pomeridiana melodica ispirazione, meglio di ogni altro mi ha fatto intravedere la via del manicomio: «Filosofo!, papà abbi pazienza!» Sarà evidente, nel corso della lettura, il perché di questo titolo, senza bisogno di scomodare categorie metafisiche confinanti molto da vicino con le categorie psichiatriche, frequentate dallo scriba a piene pagine!



5. In un’ipotetica isola deserta, quale libro vorrebbe con sé? O quale scrittore? Perché?

Senz'alcuna esitazione: "Cent’ anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez (scrittore di sinistra!) Lo scrittore: Jorge Luis Borges (tendenzialmente di destra!), quello degli ultimi anni di vita, ormai tristemente cieco. Il perché? Fantastico: leggerei e rileggerei fino alla noia il libro a Borges (specie le pagine dedicate alle prestazioni sessuali da superdotato - tratto ormai distintivo della nuova destra italiota - di José Arcadio figlio, cui fanno da contraltare quelle dell’insurrezione armata del fratello Aureliano, messa in atto in seguito alla scoperta dei brogli elettorali con le schede dei voti liberali sostituite con quelle dei voti conservatori, che in seguito ne promosse altre trentadue le perse tutte - caratteristica della sinistra italiota). Pur se le categorie politiche attribuite ai due scrittori sono del tipo sudamericano, poco incline alle larghe intese, forse il grande scrittore mi aiuterebbe a trovare una chiave di lettura per spiegare l'italiota categoria politica della "sinestra" italiota. Inoltre, potrei chiedergli lumi sulle "cose da evitare in letteratura" raccontandogli di Post scriptum, che le contiene proprio tutte. Infine, tanto per anticipare l'argomento, farei una bella pubblicità all'audiolibro.



6. Ebook o cartaceo?

Pensate, adesso, quant'è fantastica a volte la letteratura: permette ad un pazzo visionario di citarsi citando nientemeno Pirandello. "I giovani, per dirla con Pirandello, saranno vecchi un giorno. Io ho doppiato già da un po’ la boa di mezza età; quindi, non essendo più tra i primi e non considerandomi ancora tra i secondi, cosa faccio: leggo Proust servendomi del kindle". I primi ritengono, meritorio argomento, che valga, a salvaguardia dell'ambiente, ridurre l'amazzonica (doppia zeta) deforestazione, premessa ineludibile per la produzione della carta. I secondi oppongono, sindacalisti dinosauri in via d'estinzione, che valga, a salvaguardia della specie umana, ridurre l'amazonica (zeta singola) influenza sul modello di lavoro preferito. Insomma: in dubiis, la lettura!



7. Quando e perché ha deciso di intraprendere la carriera di scrittore?

Errata corrige è il mio secondo libro; lo sto scrivendo per tentare di schiarire a me stesso, ma non solo, le idee sul primo, alla luce di svariate altre letture nel frattempo, devo dire abbastanza casualmente e tutto sommato opportunamente, fatte. È quasi terminato, quando il primo non è stato ancora pubblicato, presumo da nessuno letto, meno che mai sottoposto al vaglio critico preposto, se non quello di un generoso correttore delle bozze. Vedremo quello che succederà alla pubblicazione di Post scriptum, consapevole il tapino che le spese per il funerale son ridotte per essere a contatto quotidiano con le pompe funebri e che, in ogni caso, è meglio morir vanagloriosamente da solo che alleato dei propri becchini! Non a caso il sottotitolo di Errata corrige è: "Non ci resta che suonare le campane … a morto." Uno scrittore, per esser considerato tale, bisogna che sia già affermato e goda di effettiva autorevolezza in un contesto culturale e in una sfera pubblica. Tale assunto non può valere certo per chi come me, per quanti sforzi voglia fare, sia da considerare oggettivamente un semplice scrivente, ma preferisce, come detto, scribacchino la cui massima aspirazione sia quella di intrattenere allegramente gli amici per una serata, dopo averli accuratamente selezionati attraverso il setaccio della faziosità, senza scomodare sentimenti un poco piú profondi. Purtuttavia, vi ringrazio vivamente per la benevolenza di augurarmi una carriera, ma rimando l’auspicio al mittente avvertendolo che ne ho già un'altra in corso, densa di amare vicissitudini purtroppo, ancora lungi dall'essere terminata (se mai me la faranno vedere la pensione!) Parecchi "disinteressati" avvertimenti m'inducono a constatare che quella letteraria non lo sia di meno. Sono inoltre consapevole (cito Pasolini): "Come qualsiasi persona normale, che dietro a chi scrive ci debba essere necessità di scrivere, libertà, autenticità, rischio”, e disdegno qualsiasi ricerca di bella posizione o di successo, come s'addice appunto ad un scribacchino, tanto per entrare nell'atmosfera del terzo libro, ancora senza titolo, ma con lungo sottotitolo, ovvero "provare a vivere la vita con l’esperienza d’un adulto, ma guardarla con gli occhi meravigliosi d’un bambino", scanzonato. Quanto all'autorevolezza, e conseguente carriera, non pongo limiti alla provvidenza, di modo che potrebbe un giorno capitare che la letteratura universale corra il rischio di veder affiancato a Raskol’nikov … Gnazio, protagonista del secondo, Scotolapruna, protagonista del terzo!



8. Come nasce l’idea di questo libro? Ci racconterebbe un aneddoto legato alla scrittura di questo romanzo?

Anticipando che non ho gran che da riferire sulla seconda, credo di aver già in buona sostanza risposto alla prima di queste due domande. Tuttavia, mi voglio soffermare sulla figura di mio padre, Diego C., a cui è dedicato il libro che a me piace definire come segue: libro delle riflessioni dense di dubbio: "Sicuro era fascista il nonno C’ccill, uomo che concepí l’idea di sacrificare il primogenito?", nel mentre che cullava l’idea di assicurargli un radioso futuro da vivere su di un veliero filante leggero sul fondo di una bottiglia; libro delle citazioni: "Lascia stà Cecié, piens a campà", detto da uomo umile, ma forte nella sopportazione che apparentemente fece della rimozione del dolore motivo di vita, attraverso il quieto vivere, ma in sostanza impossibilitato, sindrome tipica del sopravvissuto alla catastrofe, a dare voce alle parole; finanche il nome di Franco, nominato oscuramente Charcuà, primogenito maschio scampato alla morte grazie ai fili stendi-panni, salvifica materializzazione delle anime dei suoi fratelli; libro dell’angoscia: vissuto quotidiano di fanciullo arrovellantesi in mille perché, senza avere il conforto della benché minima risposta; libro della nostalgia: o meglio del rimpianto di non aver avuto con il padre lo scambio di parole, parole e poi ancora altre parole utili ad esorcizzare la sofferenza dell’anima. Ecco com’è nata l’idea di questo libro: dare voce a quelle parole nella speranza di portare il giusto sollievo ad un’anima in pena.



9. Cosa si prova a vedere il proprio lavoro prendere corpo e diventare un libro?

Questo libro è diventato veramente tale, quando ha preso corpo la narrazione parallela che, secondo la solita metafora, ho nominato interstizio. Cosa ne sarebbe della continua, ridicola, narcisistica ricerca di uno stile, in prosa, versi sciolti ed in rima a simmetria variante, metafore, paradossi, neologismi, ossimori, voci onomatopeiche, divaganti elucubrazioni demenziali (voli pindarici secondo benevola definizione di un dotto compagno di studi universitari), perifrasi lunghe ed all’apparenza incomprensibili, incisi ad incessante susseguirsi – che a volte io stesso perdo il filo, ma con un po’ d’applicazione ne vengo a capo – poscritti, postille ed ex post, necessari dal momento che le vicende s’aggiornano veloci, latinorum ed altro, frutto di libera (mis)interpretazione di letture, le piú disparate, e di quotidiano enigmistico esercizio, se non ci fossero i personaggi della storia, che, come magistralmente sostiene Jonathan Coe, "attraverso un rapporto estremamente personale, intimo e diretto, creano il narratore nello stesso momento in cui esso li crea"? Cosa ne sarebbe stato della mia narrazione se avessi lasciato i commenti, le invettive, le epistole e le vicissitudini monchi della storia interstiziale narrata abilmente dal maresciallo piú che dal sottoscritto. "Samuel Beckett – dice sempre Coe – prende i suoi anti-eroi disperati e inutili e si esprime in termini spregiativi nei confronti del loro modo di essere". "Crea un rapporto padrone-servo in cui il primo sembra avere il coltello dalla parte del manico, ma in realtà il servo ha pari potere … nessuno dei due può esistere senza l’altro." Il mio maresciallo lo dice a chiare lettere: «… il coltello ce l’abbiamo in mano tutt’e due, dobbiamo fare in modo che il manico sia dalla parte nostra». Senza contare la disamina psicologica perfetta che fa del narratore. E figuriamoci se sapesse della descrizione minuziosa che ne ho fatto: nelle fattezze corporali e nel modo di essere. Insomma si può dire nel mio caso che questo libro l’ha scritto lui, che giustamente alla fine cade sotto gli strali della mia rivincita, lasciando campo libero al "mio eroe", Ninuccio, impegnato, nel suo teatrale atteggiamento di sorpresa, ad accumulare nei meandri dell’inconscio gli argomenti dell’incubo catartico.

 

Non mi svegliate! Ma lasciatemi cullare questo sogno!



10. Chi è stata la prima persona che ha letto il suo libro?

A parte: qualche timida frequentazione del già citato secondo dei miei figli; qualche narcisistico, lo ammetto, tentativo di coinvolgere mia moglie ed un temerario confronto con un amico (lettore provetto), a scopo d'intrattenimento in un allegro dopo-cena, dagli esiti, in entrambe le circostanze, disastrosi; ovviamente le vostre preziose collaboratrici, miei angeli custodi (declinato tassativamente al neutro dal momento che il genere - altrimenti detto sesso, che non guasta mai! - degli angeli mi è sconosciuto): Gerarda ed Ivana, che hanno avuto la pazienza certosina di venirmi appresso sulla via della disintegrazione della psiche (opportunamente evitata, almeno da Ivana, con la sua tournée sanremese); credo di non essere in errore nel dire che il primo ed unico - temo ultimo - a leggere per intero i miei scritti sia stato il vostro generoso correttore delle bozze, per motivi meramente tecnici. Vogliate perdonare la mia prudenza (!), ma anche se li vedrò stampati, pubblicati, magari presentati, i miei scritti diventeranno un libro solo quando qualcuno l'avrà letto (declinato al singolare). In ogni caso il mio insano pessimismo m'induce a non disperare: letto (ho imparato nel corso della scrittura) è onomatopeico, ci si può sempre fare una bella dormita (per non parlare d'altro - che non guasta mai!)



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

La domanda dà forza alla definizione più cara che do di questo libro e cioè: libro della nostalgia. Mi permette di rievocare, infatti, immaginate con quali e quanti piacevoli effetti collaterali, la figura di una delle persone che hanno dato contributo decisivo alla mia formazione culturale: il professore Di Giorgio di storia e filosofia (quello vero). Era cieco fin dalla nascita e padroneggiava la scrittura Braille. In un’epoca non tecnologizzata fino alla mania, immagino di tanto in tanto si facesse leggere qualche pagina dalla moglie o dalla figlia, al solo scopo di dare un volto a quelle voci. Mi piace immaginarlo, invece, alle prese con una qualche diavoleria di oggi che diffonde voci impersonali, monotone, metalliche od, in fortunata alternativa, con Rai Radio tre che diffonde ogni pomeriggio ad alta voce la lettura, densa di pathos, dei capolavori della letteratura d’ogni tempo. Pur non sottovalutando l’inestimabile valore che può avere questo tipo di lettura nei particolari casi sfortunati di impossibilitato accesso ad un libro (oltre ai non vedenti, penso a chi è costretto in un letto d’ospedale), io penso che la lettura sia un complicato processo mentale: tranne il gusto, che potrebbe essere chiamato in causa in senso metaforico, ovviamente la vista, l’udito, nella dimensione dell’ascolto interiore della propria voce, il tatto, che dà luogo al frusciare della carta e perfino l’olfatto (certi libri odorano di chiuso, di legno, a volte ammuffito, evocante la magica atmosfera di una biblioteca medievale) danno vita a quella magica esperienza poli sensoriale così importante per l’omeostasi vitale. Mi dispiace, ma ho già dato con l’e-book!



Consentitemi adesso un post scriptum, ossessione che non dà tregua. Lo inserisco nello spazio dell’undicesima risposta, mancando una sezione ulteriore dedicata alle note. Le risposte a queste domande non le ha date lui, Vincenzo o Enzo, come quasi tutti al di fuori dell’ambito familiare lo chiamano (qualche irriducibile nostalgico si ostina fantasiosamente a chiamarlo "biondo"), ma io, Omolone, l’alter ego del grassetto o neretto se vi pare, amico che si porta dentro da una vita, che non gli fu possibile scacciare col getto neonatale di pipí (piscia-sotto: pssssss), e che l’aiuta con un incessante scambio di parole, omeostasi vitale, ad esorcizzare l’angoscia.

 

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Mercoledì, 30 Marzo 2016 | di @BookSprint Edizioni

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