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14 Ago
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Intervista all'autore - Daniele Argann

1. Che cos’è per Lei scrivere, quali emozioni prova?

Come tutti gli scrittori dilettanti, i miei racconti parlano più o meno velatamente di me stesso, la persona che conosco meglio di tutti. Scrivo di esperienze che ho vissuto in gioventù, o da uomo maturo. Essendo ora come ora entrato nella categoria "anziani", raccontare di me significa soprattutto ricordare, è il piacere di rivivere certe esperienze, di portare alla luce certi aneddoti che hanno arricchito la vita di ognuno di noi. La mia particolarità, sia come scrittore in erba che come uomo vissuto, è quella di avvolgere tali ricordi con un'aurea che si distacca dalla cruda realtà, ammorbidendola ma non deformandola. Se un ricordo è troppo doloroso, lo immergo nelle acque della Malinconia che lo sa rendere meno crudo, se al contrario è troppo positivo lo avvolgo nelle nebbie del Dubbio e della Ironia. È meglio precisare, a questo punto prima di proseguire l'intervista, che non sono mai stato internato in un manicomio.




2. Quanto della sua vita reale è presente in questo libro?

Se parliamo di "Il viaggio", avendo io descritto il breve viaggio di nozze che feci nel 2000, a piedi assieme alla sposa e ai nostri tre cani, in tale libro parlo della mia esperienza reale vissuta in quei cinque giorni, ma sempre vista con la mia ottica che confina con il fantastico. Vuole essere un racconto divertente, cosa che mi è stata confermata da quelle persone che lo hanno letto.



3. Riassuma in poche parole cosa ha significato per Lei scrivere quest’opera.

Mi sono divertito io stesso a scriverlo, rivivendo quel viaggio passo dopo passo.



4. La scelta del titolo è stata semplice o ha combattuto con se stesso per deciderlo tra varie alternative?

Assolutamente una scelta semplice. Che titolo dare a quel viaggio? Viaggio! Proprio come il tenente Colombo che rispondeva a chi gli chiedesse il nome del suo cane: "Si chiama Cane".



5. In un’ipotetica isola deserta, quale libro vorrebbe con sé? O quale scrittore? Perché?

Prima di avere la presunzione di vestire i panni di scrittore, ho letto molto in vita mia. Ho una modesta biblioteca personale che supera i duemila libri. Non li ho letti ancora tutti, ma spero di farcela prima di salutare in maniera definitiva la vita. La domanda che mi avete posto è terribilmente difficile. Se indico il titolo di un libro, subito dopo mi pento perché forse sarebbe stato meglio indicarne un altro. Lo stesso vale per gli scrittori. Posso dire che prediligo gli scrittori russi e francesi dell'800, e quelli italiani del '900. Se, in una ipotetica "vita dopo la morte" mi fosse concesso di portare con me nella nuova dimensione un libro, e solo quello, finirei con il non prenderne alcuno!



6. E-book o cartaceo?

Cartaceo, senza ombra di dubbio. Che risposta può dare un settantenne se non questa?



7. Quando e perché ha deciso di intraprendere la carriera di scrittore?

Da quando il mondo del lavoro non ha avuto più bisogno di me. A parte il fatto che la parola "carriera" è nel mio caso spropositata.



8. Come nasce l’idea di questo libro? Ci racconterebbe un aneddoto legato alla scrittura di questo romanzo?

Penso di aver già detto che è stato un modo per rivivere un fatto veramente accaduto. Quanto all'aneddoto, una notte sognai lo scrittore inglese Jerome Klapka Jerome (1859-1927) che mi rimproverava con queste parole: "Attento giovanotto, voi mi state plagiando!" A parte il fatto che dare del giovanotto a un settantenne mi è sembrato un fatto insolito, ho dedotto che dal subconscio doveva essere affiorata la lettura da me fatta in età giovanile dei divertenti "Tre uomini in barca (per non dir del cane)" e "Tre uomini a zonzo" del simpatico Jerome.



9. Cosa si prova a vedere il proprio lavoro prendere corpo e diventare un libro?

Soddisfazione e una esclamazione: "Ma toh, ce l'ho fatta!"



10. Chi è stata la prima persona che ha letto il suo libro?

Ovviamente colei che fece con me, quindici anni fa, tale divertente esperienza.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Sono un vecchio brontolone, attaccato a un mondo che poco a poco se ne va per lasciare spazio alle innovazioni. Innovazioni che faccio fatica a capire e tanto meno a usare. È normale, è sempre stato così. "Ai miei tempi..." lo dicevano i miei nonni, ora mi accorgo che lo sto dicendo anch'io, sempre più spesso. Ma è giusto così. Le nuove generazioni devono guardare avanti, altrimenti saremmo ancora all'età della pietra (che poi non si stava così male, per lo meno l'aria e l'acqua dei fiumi erano puliti...). Quindi ben venga l'audiolibro.



 

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