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02 Mar
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Intervista all'autore - Abbadi Ali Fatmi -

Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?
Mi chiamo Ali, ho 19 anni e sono nato a Modena il 12 maggio del 2003 da due genitori di origine marocchine.
Ho passato la mia infanzia, e poi l'adolescenza, tra due cittadine in provincia di Mantova: Revere e Ostiglia.
La passione per la letteratura e per la scrittura nasce in me fin da bambino ma trovano reale esplicazione solo col passare degli anni.
La prima poesia la scrissi durante l'intervallo di una mattinata scolastica alle medie. Da quel giorno qualcosa cambiò, iniziai a dare forma ai miei pensieri attraverso la poesia, e più non smisi.
 
Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?
Scrivere poesia non è come scrivere un romanzo. Direi sfortunatamente, anche.
In effetti, personalmente, scrivo solo durante brutti momenti ed i brutti momenti, si sa, possono capitare in qualunque punto della giornata: prima mattina o notte inoltrata.
Non è importante forse il momento durante la giornata ma quanto il momento in relazione agli eventi che mi capitano.
Scrivo poesie, di getto, dopo un avvenimento o, a volte, durante lo stesso.
Altre volte, invece, come è capitato per più di una poesia, facendo tutt'altro nascevano in me delle parole e dovevo scriverle, da quelle parole nasceva una poesia.
Forse è questo che ha di bello scrivere, non ci sono regole sul quando e sul come.
 
Il suo autore contemporaneo preferito?
Se si parla di poesia allora, sfortunatamente, non conosco autori contemporanei degni di nota. Durante la mia formazione letterario-poetica, però, ammetto di essermi ispirato, mosso da grande ammirazione, a grandi poeti come il Petrarca o poeti moderni quali Pavese, Salinas e Prévert.
Se. però, mi si chiede il mio autore contemporaneo preferito non possono non rispondere Milan Kundera.
Kundera che forse si avvicina molto ad una meta-scrittura, una scrittura che non si riesce ad inscatolare in un genere predefinito, ed è forse questo che trovo apprezzabile, oltre che alle tematiche e al modo in cui le tratta (magistrale).
 
Perché è nata la sua opera?
"In morte di un Dio e di un Amore" nasce per una ragione molto semplice: casualità. Io penso che un vero poeta non scriva per essere pubblicato, non che mi definisca tale, ma anche nel mio caso non ho scritto queste poesie con il fine della loro pubblicazione.
Una sera, però, pensando al fatto che i temi trattati fossero nuovi e che, come me, molti altri ragazzi e ragazze avrebbero potuto sentirsi capiti, ho provato un senso di dovere verso questi ragazzi, forse perché anche io avrei voluto sentirmi rappresentato.
 
Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?
Poco, direi quasi nulla.
La mia formazione letteraria la devo a vari avvenimenti della mia vita, a persone che ho incontrato, a libri trovati...
A dire il vero, forse, il contesto sociale in cui sono cresciuto ha limitato la mia formazione più che aiutarla a crescere.
 
Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?
Scrivere è il mio modo di raccontare la realtà attraverso un'evasione di essa.
 
Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?
Questa raccolta di poesia sono io.
Come direbbe Flaubert: Madame Bovary c'est moi!
 
C’è qualcuno che si è rivelato fondamentale per la stesura della sua opera?
A dire il vero si. Tutta la raccolta porta il nome, indiretto, del mio primo amore.
Questa persona, a cui è dedicata l'intera sezione "Amore che muore", non sa nemmeno di essere stata il mio primo amore, non sa nemmeno che abbia scritto per lei e forse mai lo saprà.
Quindi, in effetti, fu fondamentale ma non nel senso positivo. Si scrive sempre per colpa di un disagio, e questa persona creò il mio.
 
A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?
La prima persona a leggerlo integralmente è stata mio zio.
Io e lui abbiamo un rapporto tale che sarebbe stato imprescindibile evitare questo. Fu in tempi oscuri una luce e gli devo molto.
 
Secondo lei il futuro della scrittura è l’ebook?
No. Sarò indubbiamente anacronistico ma rimango fermo all'ideale della carta stampata. Non sono e mai sarò d'accordo con questa moda che vuole a tutti i costi modernizzare anche cose che non ne hanno bisogno.
 
Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Trovo che leggere un libro necessiti di un certo tipo di tempo.
Le parole hanno un peso e chi legge deve rispettarlo. Allo stesso modo le persone sono diverse ed hanno tempi diversi.
Ascoltare un libro non è come ascoltare un amico che racconta qualcosa.
Non mi sento di poter dare giudizi ma, personalmente, non sono d'accordo con gli audiolibri che ritengo violare l'importanza della lettura come momento di pausa dalla freneticità della vita.

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