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06 Ott
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Intervista all'autore - Corrado Lembo -

Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?
Primogenito di nove figli, ho vissuto una giovinezza felice e impegnata in ogni campo nel quale mi sono cimentato: dallo studio allo sport, dalla pittura alla filatelia, dalla politica alle relazioni sociali e culturali.
Per circa venti anni, dal 1954 al 1973 ho vissuto a Torre Annunziata, l’antica Oplontis, in un angolo di quella provincia che, forse a torto, fu definita “addormentata” da Michele Prisco e che invece, con la sua forte e ambigua vitalità, ha forgiato la mia esistenza. Laureato con lode giovanissimo, ho intrapreso la carriera universitaria presso l’Ateneo federiciano di Napoli raggiungendo, per concorso, a soli venticinque anni, il traguardo di docente a contratto presso la cattedra di diritto penale. Nel contempo ho esercitato l’avvocatura, nel ramo penale, collaborando con un importante studio legale.
Non potevo desiderare di più dalla vita, sul piano professionale. Eppure, nel marzo 1975, mi trovai di fronte a un bivio. Avevo accompagnato mia moglie a fare il concorso in magistratura nella speranza di poterle dare una mano in penale. Ma il destino riservò a me e a lei una sorpresa: lei, che aveva rifiutato il mio aiuto, non superò la terza prova di diritto penale; io, invece, che avevo completato le prove d’esame al solo scopo d’ingannare il tempo, superai le prove scritte del concorso classificandomi tra i primi.
Come ho scritto nel mio libro, fu mio padre che indirizzò la mia scelta. E così iniziai la mia nuova carriera in magistratura, durata oltre un quarantennio e costellata di tante soddisfazioni ma anche di qualche amarezza.
La mia prima sede fu il Tribunale di Verbania ove esercitai, nei primi cinque anni, le funzioni di Sostituto procuratore della Repubblica e, nel successivo quinquennio, quelle di giudice penale e civile essendo altresì incaricato di presiedere il collegio penale. Per altri sei anni ho svolto ancora una volta le funzioni di pubblico ministero. Dopo la strage di Capaci, nel 1992, presentai la domanda per il concorso di Sostituto procuratore nazionale antimafia presso la Direzione nazionale antimafia, nuovo ufficio del pubblico ministero voluto e ideato da Giovanni Falcone che, se non fosse stato ucciso dalla mafia, ne avrebbe assunto la direzione. Ebbene, ancora una volta la fortuna mi arrise: l’11 gennaio 1993 fui tra i primi a raggiungere la sede del mio nuovo e prestigioso ufficio ubicato a Roma, in via Giulia, in un antico carcere papalino restaurato.
Da allora iniziò per me una nuova ed avvincente avventura: misurarmi a tempo pieno e senza risparmio di energie con le investigazioni antimafia, sperimentando sul campo i nuovi poteri di coordinamento ed impulso affidati al Procura Nazionale Antimafia, seguendo la lungimirante e profetica visione di Giovani Falcone. E così ebbi modo di allargare il campo della mia azione professionale, dall’ambito provinciale a quello distrettuale e nazionale con frequenti proiezioni nel campo internazionale dove l’esperienza della Direzione Nazionale Antimafia costituiva un punto di riferimento ed un’occasione di confronto ai massimi livelli istituzionali.
Come può bene intuirsi, quest’ultima è stata, per me, un’esperienza esaltante, non priva di pericoli personali e familiari, ma proprio per questo del tutto assorbente. Ben poco spazio, rimaneva per lo svago. Il mio tempo era scandito da molteplici e gravosi impegni: la mia sede era a Roma; per alcuni giorni alla settimana sono stato “applicato” presso diverse Procure distrettuali antimafia per condurre e coordinare in prima persona importanti, delicate e complesse indagini antimafia (l’”applicazione” è un termine tecnico che comporta il temporaneo trasferimento presso le D.D.A. dislocate in vari ambiti del territorio nazionale - ad es., Bari, Torino, Genova, Potenza, Salerno, ecc.-). Quando non ero “applicato”, dovevo curare il lavoro d’ufficio, non meno gravoso, a Roma, nell’ambito dei vari Dipartimenti e Servizi (alcuni dei quali da me coordinati) nei quali si articolava la D.N.A. Ho curato, inoltre, il c.d. collegamento investigativo presso varie D.D.A. (Torino, Genova, Bari, Potenza, Salerno, ecc.), raccogliendo dati notizie ed informazioni sulla criminalità organizzata e producendo analisi destinate a dare impulso a nuove investigazioni antimafia in ambiti ancora inesplorati o non sufficientemente monitorati.
Come ognun vede, era un lavoro che non ammetteva pause o distrazioni, al punto che anche la famiglia ne subiva incolpevolmente le conseguenze.
Negli anni ’90 non era stata ancora introdotta la settimana corta e a casa si faceva ritorno nel pomeriggio del sabato, col “Pendolino”, che in cinque ore ti portava da Roma a Milano, e poi, con altro treno regionale, a Verbania, ove si arrivava a sera inoltrata, giusto in tempo per cenare e andare a letto stanco morto per la fatica del viaggio e della settimana trascorsa a Roma e in giro per l’Italia.
C’era poco tempo da dedicare alla famiglia e allo svago (qualche partita a calcetto o a tennis, a Roma o a Verbania, ma niente più tornei, come una volta). E niente letteratura, se non qualche buon libro di narrativa o saggio pertinente a questioni professionali, da leggere la sera, per tenersi aggiornato.
Ecco, dunque, in estrema sintesi, da dove vengo e cosa ho fatto negli anni della mia vita. Non ho rimpianti, se non quello di avere trascurato, mio malgrado, la famiglia anteponendole il lavoro. Ma mia moglie e i miei figli ne hanno compreso la ragione e, generosamente, mi hanno perdonato, almeno in parte.
Solo dopo avere raggiunto le funzioni di Procuratore Capo della Repubblica, dapprima a S. Maria Capua Vetere e poi a Salerno, ho restituito loro un po' del tempo maltolto, ma solo un poco, avendo grosso modo continuato con gli impegnativi ritmi di lavoro sopra descritti.
 
Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?
Si può dire che la scrittura, ma non quella – per così dire – letteraria, è stata per quasi tutta la mia vita lavorativa la principale occupazione. E maggiormente nel periodo in cui ho svolto le mie funzioni di magistrato presso la Direzione nazionale antimafia. In quel tempo non v’era modo di programmare le ore da destinare alla scrittura dei provvedimenti giudiziari. I numerosissimi e concomitanti impegni giudiziari (esame di ponderose informative di reato, interrogatori, udienze, riunioni con i colleghi e la polizia giudiziaria, missioni in Italia ed all’estero, ecc. ecc.), ivi compresi i lunghi trasferimenti in auto dall’una all’altra sede di lavoro, non mi consentivano di programmare alcunché. Mi occupavo per lo più di investigazioni destinate ad incidere su situazioni in perenne evoluzione con importanti riflessi sulle dinamiche delittuose oggetto d’indagine, spesso correlate a vere e proprie emergenze criminali. Ho imparato ad usare il computer anche a bordo dell’auto blindata di servizio, pur soffrendo – fin da piccolo – di mal d’auto ed ho raggiunto un tale livello di bravura nella digitazione informatica da riuscire a scrivere una richiesta di misure cautelari di circa duemila pagine nei confronti di centinaia di indagati, utilizzando solo ed esclusivamente il tempo impiegato, nell’arco di un anno, a percorrere in auto il tragitto da Roma a Bari o da Roma a Verbania e ritorno, per due o tre giorni alla settimana.
Con ciò non voglio dire che la mia scrittura sia stata monopolizzata esclusivamente dal mio lavoro di magistrato.
Ho scritto, infatti, numerosi articoli, note a sentenza, saggi e monografie, per un totale di oltre un migliaio di pagine, pubblicate su riviste scientifiche e su trattati e commentari di dottrina e giurisprudenza.
Comprenderete, pertanto, le ragioni che mi hanno indotto, dopo il mio pensionamento, a scegliere per la mia nuova ed inedita attività di scrittore, ben altra materia, assai lontana da quella che ho frequentato per una vita intera, senza tregua alcuna.
La stesura del mio libro mi ha tenuto impegnato per circa un anno e mezzo, con una certa regolarità, per diversi giorni alla settimana, dalle nove del mattino fino ad ora di pranzo. Anche nel pomeriggio, fino a sera, sono stato spesso impegnato nella scrittura.
L’entusiasmo è cresciuto col progredire del lavoro e non nascondo di avere fatto interessanti scoperte sul conto della mia famiglia, facendo ricerche su internet o compulsando i numerosi documenti dell’archivio di famiglia. Di tutto ciò ho dato conto nel libro, corredato anche di un archivio fotografico e di note di approfondimento storico-cronachistico, nonché di un indice dei nomi dei personaggi citati nel testo. Io stesso ho scelto i caratteri di stampa e il frontespizio del libro, tratto da una fotografia di un viale del mio “Casino di delizie”.
 
Il suo autore contemporaneo preferito?
Preferisco gli autori classici. Primo tra questi Dostoevskij che, in Delitto e castigo, esalta in modo magistrale la figura del giudice istruttore Porfirij Petrovic, incaricato delle indagini sul duplice omicidio commesso, in una paranoica mania di grandezza e superiorità, dal protagonista del libro, Rodion Romanovic Rascol’nikov. In fondo, Delitto e castigo, vero e proprio monumento della letteratura mondiale, s’inscrive nel vasto genere letterario dei grandi gialli d’autore, con spiccata vocazione alla introspezione psicologica. Ecco perché, essendo appassionato di quel genere letterario, leggo con piacere anche autori contemporanei che si sono cimentati in quel filone. Tra questi prediligo Maurizio Di Giovanni ed Enrico Carofiglio. Con quest’ultimo, anch’egli magistrato antimafia, ho anche condiviso una non breve esperienza professionale allorquando fui applicato alla D.D.A. di Bari, dal 1993 al 1995.
 
Perché è nata la sua opera?
Com’è scritto sulla quarta di copertina, il mio libro è nato quasi per gioco, come un passatempo per tenere impegnata la mente e il cuore nel tempus vacuum e un po’ triste della pensione. Ma ben presto il gioco si è trasformato in serio impegno, essendomi posto l’obiettivo di riannodare e custodire in un unico corpo i fili sparsi delle memorie di famiglia per tentare di dare un senso, il più possibile compiuto, allo snodarsi delle care esistenze di coloro che mi hanno preceduto (ma anche seguito) nella linea della stirpe. A mano a mano che l’ambizioso progetto prendeva corpo, ho preso coscienza che non si trattava soltanto di ricostruire discendenze e genealogie, ma di ricomporre, come nel ripristino di un grande mosaico, la storia della mia famiglia, dalla metà del ‘600 fino ai giorni nostri. Le tessere di questo avvincente mosaico sono costituite dai numerosi frammenti di memorie, sbiadite dal tempo, talora provenienti da fonti diverse e contraddittorie. Per spiegare la genesi e gli sviluppi, talora drammatici o divertenti, di alcune vicende familiari di particolare rilievo, ho colto l’occasione di coniugare le cronache familiari del passato con alcune vicende storiche del nostro Paese: dal regno longobardo a quello normanno; dall’avvento del governo murattiano nel Regno di Napoli al ritorno dei Borboni; dal brigantaggio ai moti insurrezionali del Cilento fino all’Unità d’Italia e allo scoppio delle due Guerre mondiali. Tutti questi eventi hanno in qualche modo attraversato, se non addirittura accompagnato, la vita dei miei avi e le stesse cronache familiari riportate nel mio libro. Con la memoria del cuore ho tentato di colmare le lacune del racconto senza invadere il campo dello storico ma senza neppure eludere la necessità di dare conto delle relative coordinate storiche e culturali.
 
Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?
Moltissimo. Ho avuto la fortuna di vivere in una famiglia di persone colte e in un contesto sociale e professionale caratterizzato da solide basi culturali. La formazione accademica e giudiziaria mi ha imposto un doveroso controllo della parola scritta e parlata non soltanto ai fini di una corretta argomentazione persuasiva ma anche nella prospettiva di ottenere un risultato stilistico soddisfacente dal punto di vista estetico e, soprattutto, adeguato alla materia trattata.
 
Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?
Il passato e le sue memorie non rappresentano un mondo estraneo alla realtà. E dunque il racconto del passato, anche di quello per così dire “prossimo”, legato alle memorie familiari fa integralmente parte del vissuto di ciascuno di noi o delle nostre stesse radici e, dunque, della realtà interiore che più direttamente ci riguarda. Nell’attingere a questa intima realtà, volatile per sua stessa natura, e nel fissarne il ricordo, non solo non si evade dalla realtà ma forse si riesce meglio a coglierne la prospettiva di senso attraverso la memoria degli affetti e degli eventi più significativi che hanno segnato, su questa terra, il cammino nostro e di coloro, a noi vicini, che ci hanno preceduti.
 
Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?
Nella prospettiva che ho appena accennato, ben si comprende che in un libro, in ogni libro c’è sempre una traccia, visibile od occulta, dell’autore. E non credo di fare eccezione a questa regola.
 
C’è qualcuno che si è rivelato fondamentale per la stesura della sua opera?
Fondamentale è stata per me la galleria dei personaggi che ho tentato di far rivivere nel libro. Il loro ricordo, diretto o mediato, e soprattutto il costante moto d’affetto e di rispetto che ne ha sorretto la memoria, hanno costituito per me un’ispirazione costante ed una fonte incessante di spunti narrativi, tutti adeguatamente approfonditi nell’adempimento di un dovere di completezza e di verità.
 
A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?
A mia moglie, la più severa (ma giusta) dei mei… critici. Temo molto il suo giudizio ma devo riconoscere che, sostanzialmente, ho seguito i suoi consigli.
 
Secondo lei il futuro della scrittura è l’ebook?
Può darsi. Non m’intendo molto di futuro: me ne resta poco, ma credo che, nell’era dell’ebook, rimpiangeremo la piacevole sensazione tattile che si accompagna alla lettura delle pagine, sfogliate a mano, ed anche al profumo che emana dalla carta fresca d’inchiostro, ingiallita dal tempo o consunta dall’uso, mentre custodiamo il libro tra le nostre mani, come in una culla, restando ogni volta in trepida attesa che messaggio che nasconde e che solo noi possiamo decifrare
 
Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Spero vivamente di non perdere mai la vista. Nel caso contrario, sarò costretto a ricorrere all’audiolibro. Ma, considerata l’evoluzione della pigrizia umana, non è difficile immaginare un luminoso futuro anche per l’audiolibro!

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