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09 Giu
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Intervista all'autore - Floriana Zerbini -

Che cos’è per Lei scrivere, quali emozioni prova?
Sarebbe bello ma troppo facile e superficiale rispondere: è tutto!”, si rischierebbe anche di sembrare “fanatici” ... eppure!
Scrivere ha rappresentato tante cose nella mia vita e certamente è sempre stato uno dei momenti esistenziali più densi di significato e partecipazione. Quando ero adolescente (età in cui cominciai a scrivere) la scrittura dava voce a quella parte di me che stentava a palesarsi. Rappresentando uno sfogo dell’anima, il mio scrivere era indifferente al fatto che ciò che scrivevo potesse o non potesse essere letto.
Crescendo invece diventava sempre più un bisogno di comunicazione e il desiderio di essere letta portava con sé la volontà, l’intenzione di trasmettere qualcosa.
Col tempo mi accorsi che scrivendo uscivo da me stessa, per consegnare alla parola il compito di costruire un ponte tra me e gli altri; una finestra dalla quale guardare con qualcun altro il paesaggio umano del nostro tempo.
Quando scrivo non provo nessuna emozione, (la provo invece quando rileggo) seguo una voce interiore che mi racconta ciò che vedo e che ho vissuto e me lo ripropone trasfigurato, come attraverso un filtro. La parola scritta ha la forza di creare una distanza, oserei dire terapeutica, sia dalla gioia, sia dal dolore:
è un momento di equilibrio perfetto tra narrante e narrato, un modo rassicurante per attraversare indenni qualsiasi tipo di emozione, con il proposito di restituirlo al lettore così come venne concepito all’origine.
 
Quanto della sua vita reale è presente in questo libro?
Ho sempre pensato che in ciò che scriviamo, ci sia tutto il nostro essere profondo e ciò non significa necessariamente che i racconti siano tutti autobiografici. Quindi direi che tutti i personaggi inventati e raccontati in questo libro, sono in qualche modo portatori di un mio modo di sentire, leggere e osservare il mondo, in nessuno di loro però mi identifico totalmente e non rintraccio episodi della mia storia personale! Mi sono limitata a prendere spunti dalla realtà, dai discorsi sentiti, dai racconti ascoltati, il resto lo ha fatto l’immaginazione.
 
Riassuma in poche parole cosa ha significato per Lei scrivere quest’opera.
Scrivere quest’opera ha significato per me realizzare una promessa che avevo fatto a me stessa adolescente e cioè che un giorno avrei pubblicato un libro.
Lo desiderai fin dal primo momento in cui scoprii il potere della parola e della poesia nella mia vita.
 
La scelta del titolo è stata semplice o ha combattuto con sé stessa per deciderlo tra varie alternative?
La scelta del titolo meriterebbe un capitolo per poter essere spiegata in dettaglio. Proverò a sintetizzarla consapevole che potrebbe sembrare tutto falso e inventato, invece andò esattamente così!
I racconti contenuti in questo testo attraversano 20 anni della mia vita, quando mi trovavo più o meno a metà strada, andai a fare un corso di aggiornamento a Venezia.
Il primo passo consisteva, nel riuscire a rintracciare un luogo nella laguna, partendo dal frammento di una fotografia. M’incamminai certa che mi sarei perduta, verso non so dove. Presi un traghetto e poi un vicoletto silenzioso, al fondo del quale si intravvedeva un portone socchiuso. Andai a sbirciare, vidi molte maschere appese, bei broccati in costumi da sfilata e quando feci per allontanarmi lessi lungo il muro una targhetta con su scritto: “Il ripostiglio delle maschere”. Fui folgorata, era il libro a condurmi!
Circa dieci anni dopo nell’isola di Bali, precisamente ad Ubud, una cittadina di artisti e costruttori di oggetti rituali, andai a vedere i luoghi in cui vengono creati i volti a partire dal legno.
Li i danzatori di maschere, dopo averle ricevute dalle mani dei costruttori, provano a indossarle e danzando si rendono conto se quelle creazioni hanno o non hanno un’anima!
Per noi occidentali è una perdita di tempo ma per gli indonesiani è molto più che un lavoro, è un entrare in sintonia con ciò che la maschera rivela e nasconde: è un processo faticosissimo.
Ero stanca pure io dopo aver trascorso un pomeriggio in osservazione e decisi di tornarmene a “casa”.
Dietro al piccolo palcoscenico dove avvenivano le scelte, c’era un cartello con su scritto “Lemari Topeng” che tradotto significa :
“Il ripostiglio delle maschere”.
Il ponte tra Venezia e Bali era gettato, il titolo del libro si era imposto da solo!
 
In un’ipotetica isola deserta, quale libro vorrebbe con sé? O quale scrittore? Perché?
Sulla ipotetica isola deserta vorrei portarmi un testo come la Bibbia, il Vangelo o le Upanishad…insomma un testo sacro, perché nei testi sacri c’è davvero tutto e perché sono come dei pozzi ai quali attingere tutta la vita. Nel testo sacro non si trovano solo dettami religiosi da rispettare, ma riflessione, situazioni che sono fuori dal tempo eppure ancora attuali, canti, preghiere, testimonianze di fede. Certo bisogna saper leggere tra le righe ed in modo non dogmatico il messaggio del quale sono portatori: non è importante la religione alla quale si ispirano, è importante il messaggio spirituale di cui sono portatori, trasmetta fede e ampli gli orizzonti umani. Penso che sull’isola avrei tutto il tempo per leggere, meditare e anche pregare lo spirito di mettere sulla mia rotta la via della salvezza! Attraverso il testo, il silenzio, e la meditazione potrei entrare in contatto diretto con il mio spirito ed essere in connessione con gli angeli. Perché sul fatto di contare sulla mia capacità di costruire una zattera…li si che avrei dei seri dubbi.
 
Ebook o cartaceo?
Per leggere io devo avere tra le mani un libro di carta: sottolinearlo, scriverci appunti, sfogliarlo e sentire il rumore che fanno le pagine, sentirne il profumo, il peso, la consistenza. Devo poter fermare l’attenzione su di una pagina e starci su un intero pomeriggio senza che mi bombardino di pubblicità di ogni genere, senza perderla e doverla poi andare a cercare nel web! Sono però consapevole che le nuove generazioni la pensano diversamente ed è giusto che sia così, non sono mai stata chiusa ai cambiamenti e alle novità!
Io continuerò a contemplare lo spettacolo delle mie librerie ma, la risposta sintetica è: tutti e due purché si legga!
 
Quando e perché ha deciso di intraprendere la carriera di scrittrice?
Io non ho intrapreso la carriera di scrittrice. Questo è il primo libro
che pubblico e al di là di come una persona si sente dentro di sé, è il pubblico che decide se sei o non sei uno scrittore, cioè se ha voglia di conoscerti e di leggerti ancora. È l’editore che sceglie di puntare su di te oppure non legge neanche il manoscritto che gli mandi. Io mi sono sempre sentita una poetessa più che una scrittrice di romanzi e racconti e non ho pubblicato nulla (se non qualche lirica su riviste specializzate) perché per questo mondo la poesia è un’aliena. È massacrata ed io voglio che si salvi, perciò accetto la latitanza, mi do alla macchia.
Il poeta non viene letto e quindi non viene pubblicato, è un circolo vizioso, anche a scuola si continuano a leggere sempre e solo le stesse poesie, alcune così pesanti e brutte, da lasciare solchi di disgusto nei ragazzi che appena possono scappano via da quei versi che nulla hanno in relazione con loro. (E fanno bene!)
Ma non importa, credo che la poesia sia un approccio privilegiato all’esistenza, credo che non possa essere “una carriera”, è un approccio fuori dai canoni, dagli schemi, è il gusto delle parole che ti vengono a prendere quando sei perduto e ti spiegano le ragioni per vivere ancora. La poesia è un “modus vivendi”, una visione del mondo…non una carriera! È un dono, un regalo della vita che di solito viene apprezzato di più dopo la morte dell’autore, pertanto per ora resto in vita, mi godo la poesia e non mi cruccio di essere o non essere pubblicata. Non sono in carriera. Sono una poetessa libera da cartellini, a piedi per il mondo.
 
Come nasce l’idea di questo libro? Ci racconterebbe un aneddoto legato alla scrittura di questo romanzo?
L’idea di questo libro nasce da una curiosità intrigante e cioè riuscire a vedere e “far vedere” cosa potrebbe esserci dietro alle maschere che portiamo in volto per gran parte della nostra vita.
I protagonisti dei racconti, in modi molto differenti tra loro, utilizzano la maschera: o come nascondimento o come rivelazione di se.
Essa allora diviene strumento capace di creare la giusta distanza dalle cose, dalle persone, dagli eventi della vita e consente loro di relazionarvisi in una dimensione di sicurezza.
Il Focus del libro però non è la “comfort-zone” creata dalla maschera, ma il momento in cui il suo “portatore” decide di farne a meno e si illude di poterla accatastare in un “ripostiglio” di cose dimenticate.
E’ qui che si mette in gioco l’idea del libro, nel momento in cui emerge una vita “segreta” delle maschere che rifiutano di essere messe da parte e vogliono salvarsi, prendendo il sopravvento e mostrando una insospettata autonomia rispetto alle persone.
Quest’ultima suggestione la devo certamente agli spettacoli di danze sul fuoco ed ai teatrali balletti in maschera dell’isola di Bali.
A proposito dell’aneddoto legato alla scrittura, vi racconto qualcosa che ha a che fare con il capitolo intitolato “Statue e Zampilli” scritto nell’ameno giardino di una villa veneta. Ricordo che mi ispirarono queste due belle statue poste una di fronte all’altra ma collocate in modo da non potersi guardare. Venne di lì l’idea di farle muovere, l’immaginare che di notte potessero posare ciò che reggevano nella totale immobilità e andare a rincorrersi nel giardino. Passarono più di dieci anni dalla scrittura del racconto e proprio quest’anno, nel periodo di Pasqua, tornai in quella bellissima zona d’Italia. Mi venne in mente il giardino e con il ricordo, il desiderio di rivedere le statue. Vi andai verso sera, gli occhi scrutarono tra le piante, ma le statue non c’erano più!
Questa è la verità! Le statue non ci sono più! Potete immaginare cosa ho pensato? Non sono state trasferite in altri posti, restaurate o collocate diversamente: sono state rubate!
Qui potrebbe iniziare il capitolo di un nuovo racconto.
 
Cosa si prova a vedere il proprio lavoro prendere corpo e diventare un libro?
È una bellissima emozione, non pensavo fosse così gratificante, ma è comprensibile se si pensa che io iniziai da piccina a immaginare questo momento. È come un sogno che si realizza, qualcosa che finalmente sfocia in una “conclusione” che allo stesso tempo, potrebbe essere l’inizio di un nuovo modo di essere nei confronti della scrittura perché entra in gioco il lettore!
Vedere la copertina è stato un bel momento, chi mi ha consigliata e lo ringrazio, è riuscito a trovare la maschera che più di tutte rappresenta l’atmosfera del libro e guardarla mi ha consentito di diventare sempre più consapevole che il testo sarebbe uscito dal cassetto. Un misto di soddisfazione, orgoglio e responsabilità nei confronti di chi legge, stati d’animo che hanno prodotto una cura delle parole e dei dettagli che forse prima non c’era.
Sono al corrente di come sia difficile oggi farsi conoscere se non si è presentati da qualche personaggio famoso, se non si è distribuiti bene, se non si va in televisione o se non si fa uso frenetico dei social network, che a mio avviso sono un’arma a doppio taglio: offrono tanta superficiale visibilità ma scarso approfondimento.
Sono anche convinta che se anche vi fossero tutte queste condizioni ma il libro non riuscisse a comunicare qualcosa ai lettori, sarebbe tutto inutile, perciò pubblicare è comunque un’incognita.
Io appartengo a quella generazione che non ha potuto sottrarsi all’invasione della “realtà virtuale”, perché era ancora troppo giovane e nel pieno della attività lavorativa; ma al tempo stesso ha potuto salvarsi dall’esserne totalmente dipendente.
Non sono disposta a passare tutto il tempo che mi rimane a frequentare vetrine virtuali, col proposito di stupire e pubblicizzare il mio libro…! Sinceramente vedere il libro concluso mi ha dato grande soddisfazione e al tempo stesso mi ha messo addosso una gran voglia di scrivere altre cose.
 
Chi è stata la prima persona che ha letto il suo libro?
I primi racconti scritti (che non sono quelli che compaiono per primi nella attuale pubblicazione) li aveva letti mia madre che ahimè ora non c’è più. Ancora ora ricordo le sue osservazioni e consigli di grande lettrice, quale lei era, ho cercato di tenerne conto senza essere sicura di esserci riuscita. Poi mio figlio al quale il libro è stato dedicato, perché più di tutti mi ha incoraggiata ad andare fino in fondo a questo mio desiderio. Loro conoscendomi hanno ritrovato nel testo un po’ della mia natura poetica.
 
Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Tutte le nuove frontiere sono da valicare, io vagheggio un mondo senza frontiere e per realizzarlo bisogna immergervisi. L’audiolibro è una bella proposta che va a collocarsi in spazi e momenti particolari. È una grande occasione per non vedenti, per ammalati per anziani che si stanchino nella lettura del libro tradizionale.
Inoltre può essere ascoltato mentre si va in cyclette, mentre si pelano le patate, in automobile…per quel che mi riguarda credo che soffrirei molto a sentire leggere un mio libro con una voce diversa da quella che interiormente mi parla quando scrivo.
Tuttavia se sarà possibile farò anche questa esperienza, altrimenti smentirei quello che ho detto circa il valicare frontiere!

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