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17 Nov
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Intervista all'autore - Pino Scorciapino -

Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?
Ho 66 anni, nato il 2 febbraio 1955. Sposato, ho due figlie e due nipoti, un ragazzo di 15 anni ed una bambina di 3. Ho vinto il concorso e per trenta anni a Palermo ho lavorato come dirigente alla Regione. Mi sono occupato di fondi europei e, all’inizio, di imprenditoria giovanile. Dal 2018 in pensione, sono tornato stabilmente nel mio paese d’origine, Troina, cittadina nel cuore della Sicilia.
Ho pubblicato il mio primo libro a 19 anni, nel 1974. Scrivere fa parte di me, probabilmente è la mia privilegiata modalità espressiva, comunicativa. Questo è il mio libro numero 13. Fondamentalmente sono un cronista. Ho collaborato nel tempo inizialmente come redattore locale con quotidiani e periodici siciliani e sono iscritto all’Ordine dei giornalisti nell’elenco dei pubblicisti dal 1987. Adesso collaboro dal 2018 con il “Centro Studi Pio La Torre” di Palermo. Mi occupo in prevalenza, anche se non esclusivamente, di politica internazionale, armamenti, disarmo. Sono tornato al mio primo amore. Infatti sono laureato in Scienze politiche, indirizzo internazionale.
Ho sempre molto pudore a definirmi scrittore, anche dopo aver pubblicato finora tredici libri. Più che altro sono un saggista, un raccontatore, uno storico, un biografo. Tuttavia mi rendo conto, a posteriori, che in tante delle centinaia di pagine scritte, in qualche modo, pur non essendo un romanziere, finisco per essere uno scrittore. Per restare a questo libro, nel terzo saggio ossia nell’ultimo, dichiaro di aver volutamente adottato un approccio da scrittore. Per prendermi una maggiore libertà di giudizio. O, almeno, ho tentato questo approccio.
 
Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?
La mattina presto in prevalenza, grosso modo dalle 5 alle 7-8. Poi nel corso della giornata diventa più complicato contemperare scrittura e decine di incombenze familiari e domestiche. Quando lavoravo ed avevo da scrivere documenti, note, lettere, relazioni d’ufficio la sera mi portavo il lavoro a casa ed era la mattina presto il momento in cui potevo dedicarmi a quelle attività con concentrazione. Svolgevo lavoro d’ufficio ma quando possibile mi ritagliavo un po’ di spazio per dedicarmi alle mie scritture. Sono le ore più fertili. In un’ora completi quello che nelle altre intasatissime ore della giornata richiede almeno il doppio o il triplo di tempo. A quell’ora nessuno ti disturba, nessun rompimento di cellulare ti distrae.
 
Il suo autore contemporaneo preferito?
Non ho un autore preferito e, per la verità, leggo in prevalenza saggistica e assai meno narrativa. Il rapporto sarà di cinque-sei a uno, forse ancora più sbilanciato. Il libro di narrativa letto più di recente, quest’anno, è stato “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek, della Editrice Guanda, sulla breve vita, intensa quanto sfortunata, di Gerda Taro, compagna di Robert Capa, al quale a Troina poche settimane fa è stato dedicato un museo (Capa ha lavorato come fotografo di guerra anche nel mio paese nei primi giorni di agosto del 1943 al seguito delle truppe americane scattando immagini rimaste nella storia della fotografia). Un libro che aveva vinto il Bagutta, la Selezione Campiello, lo Strega. Ebbene, non mi è piaciuto. Troppo costruito, troppo pretenzioso. Sono arrivato alle pagine conclusive con fatica. Per fortuna critica e valutazione del singolo lettore restano ancora ben distinti come giudizi.
 
Perché è nata la sua opera?
Perché avevo scritto su persone e vicende pagine che ritenevo interessanti e andavano pubblicate, non abbandonate ad impolverarsi in un cassetto. Se scrivi devi pubblicare e non avere paura del confronto e di quello che di te pensa chi ti legge.
 
Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?
Molto. Credo che l’aggettivo si possa usare per tutti. Siamo figli del nostro tempo, dei nostri luoghi, dei nostri maestri, delle nostre storie personali, del nostro vissuto, del nostro contesto sociale e culturale. Per un giornalista tutto diventa più ampio, persino più dispersivo, perché ti occupi di mille argomenti e di mille vicende. Diciamo che occorre allora avere la capacità di attingere dalla realtà che ti circonda. Se poi non ti ci chiudi dentro - quasi con paura e con il timore di confrontarti con altre culture - e provi a pensare globalmente e provi a pensare di essere cittadino del mondo, o quanto meno nel nostro caso realmente cittadino europeo, forse hai trovato una chiave di lettura. Insomma, una formula valida. In fin dei conti accettabile.
 
Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?
Domanda apparentemente scontata. Una bella domanda in realtà. Centrale in questa intervista. Operiamo una distinzione fondamentale: lo scrittore, il romanziere pur in uno scenario, un palcoscenico spesso reale, documentato, colloca i suoi personaggi, li costruisce, li muove a suo piacimento, li plasma, fa dire loro ciò che vuole che dicano. Interviene dunque sulla realtà, la modella, la può riscrivere. Gli si apre davanti una prateria di possibilità e di percorsi. Il cronista, il saggista, lo storico deve invece rispettare l’obbligo opposto: essere un registratore, provare per il massimo che gli è possibile a non derogare dalla realtà dei fatti, limitare le sue interpretazioni e non barare. Dichiarare quando le sue chiavi di lettura della realtà sono un po’ troppo personalizzate. Altrimenti fa solo opinione o, peggio, propaganda più o meno convinta o, ancora peggio, più o meno comprata e prezzolata.
Non è detto che il romanziere evada dalla realtà ma se lo può permettere, gli è consentito. A noi non solo non è consentito ma verremmo meno al rispetto dei fatti, delle vite, delle persone di cui scriviamo se lo facessimo. Sarebbe un travisamento disonesto, imperdonabile. Se sei un saggista sei condannato a scrivere della realtà, non ad evadere da essa.
Da questi ragionamenti mi sono discostato e preso delle libertà in tre volumi di miei aforismi pubblicati nel 2013, 2019 e 2020. Ma è ovvio. Nel caso di aforismi valgono un differente approccio ed una ben diversa, anzi insistita, personalizzazione.
 
Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?
Anche se non sono un romanziere e non mi considero uno scrittore, o mi considero tale solo in un limitato numero di pagine rispetto alle centinaia scritte, di me c’è parecchio in quello che ho scritto nei miei titoli precedenti. Curiosamente anche in questo libro di cui parliamo adesso. Dico curiosamente perché nel primo saggio dei tre che raggruppa, scrivendo sul protagonista, ho intervistato quasi tutti i sindaci ancora in vita della mia cittadina. Me compreso: Pino Scorciapino intervista il dottor Giuseppe Scorciapino, sindaco di Troina dal 1994 al 1998. Senza nessun imbarazzo. Le domande erano identiche per tutti. A questa doppia giacca, di impiegato pubblico e di cronista, sono abituato non da anni ma da decenni. L’importante è che non ci siano né commistioni né sovrapposizioni e il tutto si può gestire. Del resto quanti magistrati collaborano con giornali o alti funzionari fanno lo stesso? Per non parlare dei docenti universitari. Ciò che conta è che nella tua vita le due attività restino, per usare una famosa definizione del compianto onorevole Aldo Moro, “convergenze parallele”.
 
C’è qualcuno che si è rivelato fondamentale per la stesura della sua opera?
No. Devo solo ringraziare i tanti che ho intervistato o che mi sono stati di aiuto nella raccolta della documentazione. Ho riscontrato disponibilità. È importante per chi scrive. D’altro canto nella mia vita ho intervistato centinaia di persone e sono stato intervistato a mia volta come dirigente o amministratore pubblico decine e decine di volte. Un gioco delle parti che rientra nel ragionamento delle due giacche che descrivevo poco fa e al quale credo sia doveroso corrispondere. Sono convinto che la fase della ricerca, delle interviste, della raccolta della documentazione per costruire un libro, una storia, sia non meno affascinante di quella della scrittura. Peraltro è indubbio che spesso sia faticosa.
 
A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?
A nessuno. Ho mandato direttamente il manoscritto a voi per la pubblicazione. Se ritenevate che ne possedesse i requisiti.
 
Secondo lei il futuro della scrittura è l’ebook?
Detesto l’ebook e tutto ciò che è diverso dalla magia della carta e delle pagine. Sarà una posizione antica, antiquata, giurassica. Consideratela come volete ma a 66 anni e con la mia consolidata esperienza posso permettermela, infischiandomene del giudizio di chi non mi considererebbe “moderno” o “digitale” o “che guarda al futuro”. Mi basta e soverchia già il gran numero di ore al giorno che trascorro davanti al computer per scrivere e per documentarmi consultando internet. Anche se tuttora la prima stesura di un libro avviene a penna. Quasi sempre. Poi passiamo a renderla sulla tastiera ed a correggerla. A strati. Prima mano, seconda mano. Un po’ come si fa quando si pittura una parete grezza. La prima mano copre pochissimo. Con la seconda, con la terza mano – ossia nel caso del libro con le successive correzioni – finalmente ottieni con uno strato sopra l’altro (aspettando che lo strato precedente si asciughi e ripitturando) il colore che desideravi.
 
Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Vale lo stesso ragionamento della risposta precedente. Il libro tu lo devi sfogliare, posare, riprendere, andare avanti quando vuoi nella lettura delle pagine, smettere quando ti sei annoiato o non ti senti coinvolto. L’audiolibro usalo al limite quando sei solo e in auto per un lungo viaggio. Ma attenzione, può anche distrarti nella guida. O assonnarti se le pagine che ascolti sono poco avvincenti, soporifere. Meglio guidare quando si deve guidare e leggere un libro quando si deve leggere un libro. E’ più prudente, più saggio. Anche perché se si evita di fare troppe cose contemporaneamente avremo fatto un favore alla qualità della nostra vita. Di questi tempi ne ha piuttosto bisogno.

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