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09 Lug
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Intervista all'autore - Silvia Celani

1. Che cos’è per Lei scrivere, quali emozioni prova?
Per me, scrivere è vivere in un bellissimo mondo parallelo, un piccolo angolo di Paradiso, fuori e dentro la realtà: una dicotomia letteraria che, con la mia scrittura, rappresento e che partorisce da una prospettiva, da un osservatorio a volte fantastico e/o visionario, a volte reale e avverante.
Tutto questo, riscatta i momenti noiosi della vita e la colora di rosa.
Lo scrittore dialoga idealmente con il lettore e crea una confidenza, un rapporto speciale, le due facce speculari del libro che imparano ad annusarsi tramite le sue pagine, anche solo in una forma virtuale (quando il libro è elettronico), a conoscersi, ad amarsi e, a volte, anche a odiarsi.
Spetta allo scrittore corteggiare il lettore, anche solo involontariamente, perché il suo destino non è semplicemente creare una storia ma anche divulgarla. Persino chi scrive solo per sé stesso, non può evitare che altri, anche se pochi, anche se parenti o amici, leggano il suo manoscritto, per cui il libro non potrà restare per sempre un diario segreto, mai!
La parola è lo strumento divulgativo e la mente, il nostro background, è il grande miscelatore, elaboratore di idee, connessioni, deduzioni, induzioni che ci conducono al libro.
Il libro, bello o brutto che sia, non importa, sarà comunque un’esperienza personale che considero mistica, una preghiera, una meditazione letteraria che immunizza da angosce, inquietudini, le abbandona e le dimentica.
 
2. Quanto della sua vita reale è presente in questo libro?
Scrivere questo libro per me è stato come sublimare le mie esperienze di vita, di lavoro, in particolare, nel lavoro in polizia, ho trovato un bacino di informazioni ricchissimo, pur nel rispetto della privacy di coloro a cui mi sono ispirata.
Il poliziotto e lo scrittore possono coesistere, convivere insieme, l’importante è che non si pestino i piedi: storie da raccontare e da elaborate, esperienze umane, risorse formidabili per la scrittura. Una frase, se suscita in me emozioni, non posso fare a meno di contestualizzarla sulla trama di un libro.
È importante, però, acchiapparla, come una bella farfalla e annotarla. Una parola, una frase articolata nel modo giusto, con intonazioni particolari, è preziosissima quanto un verso di una poesia o la nota di un brano musicale. 
Arriva da chissà dove, dal nostro misterioso inconscio o da qualcuno a cui l’abbiamo sentita pronunciare e ci investe di luce: occorrerà essere lesti ed appropriarsene, sennò è perduta per sempre.
Potrai provare a ricercarla, cercando di ricordarla, ma se è perduta, è perduta per sempre, ritornerà là dove è arrivata e svanirà.
 
3. Riassuma in poche parole cosa ha significato per Lei scrivere quest’opera.
Quando scrivo, non so chi sono, perché non mi concentro su me stessa e, mentre lo faccio, il tempo scorre piacevolmente. Scrivo nei ritagli di tempo dal mio lavoro in polizia e non mi accorgo dei minuti, delle ore, perché il presente, il passato, il futuro sono uniti, tutti insieme nell’istante di scrittura. Vivo, quindi, in una dimensione senza tempo, come se il tempo non esistesse, come se fosse solo un’invenzione umana per gente che ha fretta. 
Smetto a notte inoltrata, perché costretta ad alzarmi presto per lavoro.
 
Credo molto nella scrittura e nella sua funzione terapeutica. Consiglio a tutti di scrivere, anche quando la scrittura resterà solo un semplice esercizio di stile, da conservare nel cassetto, ma da rileggere quando ci si vuole riappropriare delle proprie dimensioni, fantastica, visionaria, rappresentate nel racconto, dei propri ricordi, delle proprie emozioni, sprigionate durante la sua stesura.
Avendo scelto il giallo, anzi direi, avendo il giallo scelto me, quando scrivo, da investigatrice quale sono, è come se stessi investigando realmente e faccio in modo che le linee narrative del romanzo confluiscano verso un’unica direzione. Il giallo ha la sua perfezione geometrica, tutto deve coincidere, indizi, nomi, fatti, alla scoperta dell’enigma che individuerà l’assassino. Durante la scrittura, proprio perché investigo, non uso la mappa ma la bussola. Non conosco ancora cosa accadrà, per questo non ho in mente tutta la trama (mappa) ma con la bussola, vado avanti, momento dopo momento e così, i miei personaggi diventano tridimensionali, li lascio agire come vogliono, non posso costringerli a fare nulla, sono loro, con il loro carattere, le loro idee, i loro potenziali di vita, a muoversi in libertà: io ho solo il compito di farli nascere, cercando poi di coinvolgerli, di creare i contesti, di offrire loro una scenografia, delle piste vere o false, dei colpi di scena.
Non mi piace schiacciare l’occhiolino al lettore, svelando in anticipo alcuni pezzi della trama, sconosciuti ai personaggi. In questo sono democratica: tutti quanti, lettori e personaggi, devono stare al loro posto, attendere che il finale si concretizzi.
 
4. La scelta del titolo è stata semplice o ha combattuto con se stesso per deciderlo tra varie alternative?
La scelta del titolo, a dire il vero, è stata casuale, è nata da un articolo giornalistico, non ricordo quale fosse, ma ricordo che la frase calzava benissimo sul mio libro, perché si riferiva proprio all’ aspetto più importante, il suo fil rouge, l’Estetica.  Questo titolo mi sembrava particolarmente azzeccato e accattivante, poi ho aggiunto il sottotitolo le cui parole, verso le quali avevo qualche dubbio, le ho fatte decantare qualche giorno e poi, mi sono sembrate perfette. 
 
5. In un’ipotetica isola deserta, quale libro vorrebbe con sé? O quale scrittore? Perché?
Il mio lato inconscio, oscuro, romantico, mi farebbe pensare di trascorrere qualche giorno con Francis Scott Fitzgerald e la bella Zelda, una coppia esplosiva e stravagante e poi che dire del grande Gatsby? Meraviglioso! Vorrei anche il mio corregionale Giuseppe Tomasi di Lampedusa, per conoscere i segreti descrittivi, a volte analitici e divertenti, a volte struggenti e melanconici del suo Gattopardo e Agatha Christie, in cui mi riconosco molto, per farle svelare i retroscena che le hanno ispirato l’Assassinio sull’Orient Express e tutti gli altri suoi fantastici intrecci, ma poi non potrei fare a meno della letteratura contemporanea vista attraverso la penna di Ken Follett, of course!
Mi piacerebbe intervistarlo per sapere come fa ad imbastire così bene i suoi colpi di scena. Non a caso ho citato questi autori, perché per me, sono stati fonte di ispirazione. Non importa chi ispira una trama, l’importante è farla propria, attraverso una personale elaborazione. Vorrei anche, consentitemi, uno sceneggiatore e un registra ma i loro nomi, non saprei indicarli, perché me ne piacciono tanti, troppi.
Il film e il libro, sempre più spesso, si incontrano, rappresentando la stessa storia ed io non resisto, devo conoscerli entrambi, facendo a volte il tifo per l’uno, a volte per l’altro o per entrambi, come nel caso di Shining di Stephen King.
Il tempo nell’isola dovrà essere breve, perché non sopporto di stare troppo a lungo lontano dal mondo che mi arricchisce di nuove idee e mi rende viva e felice.
Ho bisogno degli amici, dei miei cari, della gente, anche sconosciuta, ma capace di trasmettere parole, idee, stimoli intellettuali.
Io non riuscirei a bastarmi, ho bisogno di stufarmi di me per poi stufarmi degli altri e per poi tornare di nuovo a stufarmi di me stessa e poi degli altri, in un circuito continuo e infinito che mi fa gustare fino in fondo l’umanità, la vita. A volte mi sforzo di guardare negli occhi la gente, perché mi aiuta a capirla, a comprenderla e rappresentarla meglio e, se posso, anche a consolarla, aiutarla grazie al libro. Ricordo sempre con piacere la frase di Carlo Mazzacurati: “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile sempre!”
Non potrei vivere in una città con poche risorse sociali e intellettuali, se non ci fossero, farei di tutto per crearle, offrirle agli altri. Anche se il posto in cui mi trovassi fosse il posto naturalistico più incantevole del mondo, mi piacerebbe visitarlo, ma non potrei barattarlo con la mia vita sociale. Vivo da sempre tra Palermo e Torino, delle quali non potrei fare a meno e poi, mi piacciono i viaggi, ne ho ancora tanti che mi piacerebbe fare e chissà magari ambientarci un bel giallo.
 
6. Ebook o cartaceo?
Sono del parere che l’e-book sia ormai da considerare il libro del futuro, sia per il rispetto che il suo utilizzo avrà per la carta, sia perché eviterà volumi di carta, oltre al fatto che l’ebook abbatte i costi d’acquisto. Da scrittrice e donna del ‘900, dovrei aborrire questo strumento, privo di quel romanticismo che il tatto, il profumo del libro dona, aspetti di un mondo analogico che stanno lasciando il posto al digitale. Non voglio perdere il libro di carta, ma solo ridurne il suo utilizzo. La carta ha il suo fascino, ma sacrifica molti alberi, credo che sia solo un fatto di usi e costumi e poi, non si può negare la praticità dell’e-book che consente un trasporto agevole dei testi, molti testi, durante piccoli spostamenti o grandi viaggi.
 
7. Quando e perché ha deciso di intraprendere la carriera di scrittore?
Non so se essere scrittore si può definire una carriera, lo scrittore è un artista che può insegnare, ispirare, aiutare a vivere meglio o almeno ci prova.
Io non sono nata con l’idea di scrivere, ho avuto varie passioni.
Da bambina la danza classica, la recitazione, poi il liceo con i classici greci e latini: la scrittura è venuta tardi, dopo un lungo intermezzo, immersa nella professione legale del poliziotto in quanto indirizzata dai miei studi in giurisprudenza, collaborando con giudici e avvocati che hanno fortemente influenzato la passione per la giustizia e il contenuto della mia scrittura, arrivata dopo tanti libri letti e tanti films visti.
Però, ricordo che alle elementari, i temi di classe che sceglievo erano spesso temi di carattere personale, intimistico, in cui la penna si muoveva libera, niente di pianificato e forse, inconsapevolmente, stavo dimostrando a me stessa quell’inclinazione che mi ha portato a diventare scrittrice, un dono scoperto tardivamente, ma che sono certa non abbandonerò mai.
 
8. Come nasce l’idea di questo libro? Ci racconterebbe un aneddoto legato alla scrittura di questo romanzo?
Era da un po’ che volevo scrivere e grazie a Stradella, che ha appoggiato la mia idea, ho avuto lo stimolo giusto per cominciare. Pensavo di non essere in grado di scrivere un libro: dei versi di poesia sì, un piccolo componimento certamente, ma un testo di centinaia di pagine, no davvero e, invece, ho lasciato che la mia penna o forse sarebbe meglio dire, la tastiera del mio pc accogliesse le mie idee e non si fermasse più. Confesso che in questo momento, vorrei già essere alle prese con un nuovo romanzo e che l’attività di promozione che pure è necessaria, non è la parte che amo di più.
 
9. Cosa si prova a vedere il proprio lavoro prendere corpo e diventare un libro?
La sensazione è straordinaria, eccitante, faticosa ma stimolante, al punto da emozionarmi con le lacrime agli occhi rileggendolo, soprattutto le pagine finali.
 
10. Chi è stata la prima persona che ha letto il suo libro?
Persone care, familiari, amici e la frase che mi è piaciuta di più è stata: “A quando il prossimo libro?”-
 
11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Trovo che sia una strada alternative alla lettura, più comoda, anche utile, in certi contesti, si tratta di un modo diverso di conoscere una storia che, però, non mi sento di abbracciare in pieno, al punto da sostituirla completamente alla lettura, perché la lettura penso che attivi circuiti importantissimi del cervello che restano in costante esercizio, per questo consiglio di non abbandonare completamente la lettura e, aggiungo, anche la scrittura con la tradizionale penna, perché, entrambi questi strumenti di lettura e di scrittura, secondo autorevoli studiosi, attivano, implementano, le capacità ragionative e creative del cervello.
 
 

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Martedì, 10 Luglio 2018 | di @BookSprint Edizioni

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