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02 Gen
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Intervista all'autore - Roberto Bencivenga

1. Parliamo un po’ di Lei, dove è nato e cresciuto?
Sono nato a Roma, dove ho sempre vissuto, ma essendo mia madre toscana, ho da sempre avuto un "rifugio" in un paesino in provincia di Lucca dall'altisonante nome di Montecarlo, dove mi ritiro a scrivere quando ne sento il bisogno e quando il lavoro teatrale me lo permette. E' lì che ho scritto tutti i racconti contenuti nel libro nell'arco di quasi quarant'anni, ovviamente dedicandomici in modo saltuario.


 

2. Che libro consiglierebbe di leggere ad un adolescente?
“Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, un testo che insegna a considerare il "tempo" come una variabile fondamentale della vita, ci fa capire come cogliere o perdere le occasioni che la via stessa ci offre.


 

3. Cosa pensa della progressiva perdita del libro cartaceo a favore dell’ e-book?
Un po’ mi preoccupa, personalmente leggo solo in cartaceo, ma se l'e-book è un modo per favorire la lettura ben venga.


 


4. La scrittura è un colpo di fulmine o un amore ponderato?
Scrivo da quando avevo dieci anni, quindi sembrerebbe ponderato, invece ogni volta l'idea è come un fulmine che mi prende in pieno e non mi consente di pensare ad altro, anche quando l'attesa tra l'idea e la realizzazione scritta dura anni, come, a causa del poco tempo libero che ho, mi è capitato con alcuni racconti contenuti in questo libro, nascosti per anni nella mia mente finché, finalmente, hanno preso forma letteraria. A volte molto diversa dall'idea originaria... hanno preso vita propria, potrei dire.


 

5. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?
Nulla in particolare. La caratteristica del libro è quella di contenere racconti che possono anche essere recitati come monologhi in teatro, cosa già accaduta per alcuni di essi. Quindi, fondamentalmente scrivo per esigenza personale, sperando poi che anche chi mi sta intorno possa scorgere qualcosa di me attraverso le mie opere. Non lancio messaggi, dico solo cose in cui credo, e sulle quali mi piacerebbe che si riflettesse un po’ di più.


 

6. Quale messaggio vuole inviare al lettore?
Non ho messaggi particolari, desideri solo che il lettore trovasse spunti di riflessione personale dagli argomenti che tratto, così da approfondire degli input che gli lancio. Un modo utile, spero, di far letteratura in un mondo che sempre più è diventato superficiale e di facciata.


 

7. La scrittura era un sogno nel cassetto già da piccolo o ne ha preso coscienza pian piano nel corso della sua vita?
Come ho già detto, scrivo da quando avevo dieci anni. Avrei voluto farlo per mestiere, ma poi ho fatto altre scelte (il teatro), dove comunque in qualche modo la scrittura è sempre protagonista. Scrivo testi teatrali da quando ero ragazzo e li rappresento anche con soddisfazione. La narrativa è una conseguenza.


 

8. C’è un episodio legato alla nascita o alla scrittura del libro che ricorda con piacere?
Beh, ovviamente i primi quattro racconti, i monologhi militari, scritti subito dopo la maturità, nel '78, quando dovevo partire per fare il militare e l'idea soltanto mi ripugnava. Non è proprio un ricordo piacevole, a prima vista, ma poi lo si rivelò, perché il militare non lo feci: fui esentato per sovrannumero: eravamo classi molto numerose.


 

9. Ha mai pensato, durante la stesura del libro, di non portarlo a termine?
Direi di si, e lo testimonia il lunghissimo tempo di gestazione. Si trattava di racconti che ogni tanto scrivevo, ma l'idea di raccoglierli in un libro è venuta dopo, recentemente.


 

10. Il suo autore del passato preferito?
Mi piace molto Dino Buzzati.


 

11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Utile, specie per chi ha difficoltà nella lettura. Per me è impossibile ascoltare, preferisco avere il contatto visivo con la pagina scritta, è un rapporto quasi fisico. Ma capisco che anche questi sistemi di diffusione possono essere molto importanti.



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