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12 Lug
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Intervista all'autore - Alessio Rigillo

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?

Sono un figlio del meridione, il bambino che ero è divenuto adulto in un grande giardino e all'ombra di una coppia di salici che, purtroppo, adesso non ci sono più. Sin da piccolo ho amato la lettura, una passione tramandatami dai miei genitori: sono stato da sempre abituato a considerare come qualcosa di consueto quello di trovarmi faccia a faccia con grattacieli di decine di libri, dalle copertine dei più diversi colori e dei più differenti generi. Iniziai a scrivere quando cominciai a temere che le storie da scoprire potessero conoscere la propria fine: l'unico modo per evitare che ciò accadesse consisteva nel crearne io stesso di nuove; i personaggi sono immortali, le vicende intessono una trama infinita, finché non sono io a decidere il contrario.



2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?

Ad un certo punto scrivere diviene perfettamente naturale, come mangiare. E si trasforma in un'azione senza tempo, né luogo; si può scrivere ovunque, in ogni momento in cui gli intoppi della quotidianità lasciano spazio e libertà di farlo. Genericamente trovo che il sopraggiungere della sera sia un momento propizio, giacché coincide con la morte del giorno e, in un certo qual senso, rappresenta come un netto distacco dalla realtà. Sono fermamente convinto che la sera sia portatrice di ispirazione; per me, almeno, è così.



3. Il suo autore contemporaneo preferito?

Fra gli autori del passato amo due scrittori francesi: Hugo e Dumas padre. Mi esaltano la scrittura ricercata e la proprietà di linguaggio riscontrabili fra le pagine de "I Miserabili" e il ritmo travolgente nella trilogia dei moschettieri. Venendo ai giorni nostri, non posso non sottolineare la grande ammirazione che nutro per due autori italiani che ci hanno da poco lasciato, impoverendo così notevolmente ed irrimediabilmente l'arsenale letterario italiano: mi riferisco ad Umberto Eco e ad Oriana Fallaci. Giù il cappello!



4. Perché è nata la sua opera?

Si è trattato, come sempre, di un'ispirazione occasionale. L'iniziale idea di un personaggio che avesse la capacità di interloquire con l'autore stesso, colui che decide del destino delle creature "di carta", ha incontrato il desiderio di narrare di un mondo, quello cavalleresco, che da sempre solletica la mia attenzione. Quanto alla sottile ironia che trasuda dal racconto direi che è una chiara eredità lasciatami dalla lettura della trilogia di Calvino, "I nostri antenati", e specialmente da “Il barone rampante”; un testo impressionante sotto molti aspetti.



5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?

Credo che ciò che mi abbia influenzato maggiormente sia, ripeto, il contesto familiare più che quello sociale. Reputo che uno scrittore debba essere necessariamente prima di tutto un grande lettore: l'amore per la lettura, e per i libri, oltre ad uno sconvolgente desiderio di creare, di narrare, è la determinante forza di propulsione che giorno dopo giorno infonde coraggio allo scrittore nel lavoro di stesura e correzione del testo; si tratta di un percorso complesso ed irto di pericoli, annidati dietro ogni angolo, ogni svolta.



6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?

Dipende, dipende dalla giornata. Molto spesso sono vicende reali, fatti realmente accaduti a fungere da materiale da costruzione per le mie trame; e questo mi porta inevitabilmente a raccontare le sfaccettature del mondo e quindi dell'animo umano. Altre volte, tuttavia, scrivo per fuggire da tutto questo, ricacciando la realtà lì dove non possa toccarmi, confondermi, isolandomi in una differente dimensione, che mi garantisca pace, tranquillità; una tabula rasa che non possa influenzarmi in alcun modo.



7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?

Il processo di scrittura è lungo e faticoso, e nel riversare i propri pensieri sulla carta lo scrittore vi lascia cadere inevitabilmente anche parte di se stesso: alludo al suo modo di pensare, alla sua personalità, ai suoi sogni e alle sue fantasie, alle sue paure e alle sue speranze. In "Ser Tuck" c'è molto di me: indubbiamente il mio ottimismo e la mia instancabile fiducia nel genere umano; l’armata dei buoni è numerosa ma, ahimè, poco rumorosa perché ce ne si renda conto.



8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?

Non qualcuno in particolare, no. Forse il me stesso bambino, che si ostina ad albergare dentro di me e desidera ardentemente nuove storie. Questo non significa che non sappia apprezzare coloro che da sempre mostrano di credere in me, anzi! Mi riferisco al mio nucleo familiare e all'insieme di quelle persone che rendono la mia vita più che degna di essere vissuta, speciale. La loro presenza, il loro supporto, sono per me elementi imprescindibili. Senza di loro probabilmente non sarei quello che sono: un ragazzo felice, determinato, innamorato della vita.



9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?

Il primo a leggere il romanzo è stato un amico, Antonio. Mi ha fornito preziosi consigli e ha dissipato e a volte costruttivamente alimentato i miei dubbi circa alcuni spigoli presenti nella trama. Il suo intervento è stato di fondamentale rilevanza, non mi stancherò mai di ripeterlo.



10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’e-book?

Fra me e l'e-book non corre buon sangue, lo ammetto! Sono un grande ammiratore del formato cartaceo, e mi lascio volentieri inebriare dal singolare ed irripetibile aroma di carta stampata emanato dai libri. Essi sono un mondo da scoprire, ricco di emozioni, e quelle tattili rappresentano una sfaccettatura troppo importante perché vi si possa rinunciare così a cuor leggero. Detto questo, bisogna anche guardare in faccia la realtà: l'e-book si sta ritagliando i propri spazi. Non credo, però, che rappresenti il futuro della scrittura; o almeno mi piace pensarlo. Spero di non sbagliarmi!



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Amo la musica, e amo le poesie cantate; mi basta pensare a Guccini per riassaporarne ogni volta lo straordinario abbinamento. Diciamo che immagino un audiolibro più che altro come una sorta di rappresentazione teatrale del libro cartaceo; un suo completamento, una strada attraverso la quale innalzarlo a più alte vette, più che un suo sostituto. In tale ottica sento di poter accettare con serenità e compiacimento l'avanzare di questa nuova frontiera. E c'è poi senz'altro da considerare che gli audiolibri rappresentano un valido aiuto per le persone affette da handicap visivi e motori; dunque, ben vengano.


 

 

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