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16 Feb
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Intervista all'autore - Martina Amoruso

1. Che cos’è per Lei scrivere, quali emozioni prova?

Scrivere è dare vita a un mondo. C'è un'idea, uno o due personaggi, un luogo o un'immagine... un nucleo insomma, e da lì si sviluppa tutto il resto, spesso spontaneamente. Scene e personaggi che si intrecciano sempre di più. Quando scrivo sento di fare la cosa giusta. Pace quindi, principalmente pace. E anche un po' di senso di onnipotenza, ogni tanto.



2. Quanto della sua vita reale è presente in questo libro?

Dipende da quale punto di vista. Non ci sono avvenimenti veri e propri ricalcati su qualcosa che mi è capitato, né personaggi. Ci sono però molte cose che ho imparato negli anni e a cui credo molto.




3. Riassuma in poche parole cosa ha significato per Lei scrivere quest’opera.

È stato soprattutto fare ciò che mi viene più naturale. Vedere un'immagine, una scena, e tradurla in parola scritta, è ciò che so fare meglio, perciò scrivere, e in questo caso scrivere questo libro, è stato essere fedele a me stessa.



4. La scelta del titolo è stata semplice o ha combattuto con se stesso per deciderlo tra varie alternative?

Il titolo è nato un giorno, all'improvviso, molto tempo prima che il libro fosse finito, e da quel momento è semplicemente rimasto quello.



5. In un’ipotetica isola deserta, quale libro vorrebbe con sé? O quale scrittore? Perché?

Se dovessi scegliere un libro, ne sceglierei uno di Nicholas Sparks. Sarà molto probabilmente strappalacrime, ma solitamente sono abbastanza catartici, oltre ad essere scritti molto bene. Uno scrittore... Alessandro Baricco, assolutamente. Credo verrebbero fuori discorsi interessanti.



6. E-book o cartaceo?

E-book per i momenti di lettura compulsiva, o quando un libro mi incuriosisce, ma non esageratamente. Il mio cuore rimane al cartaceo, soprattutto se conosco uno scrittore o mi interessa particolarmente un libro. Il prezzo più abbordabile dell'e-book e la comodità, però, spesso mi portano a propendere per il digitale.



7. Quando e perché ha deciso di intraprendere la carriera di scrittore?

Non è stata una scelta vera e propria, cosciente. Mi è sempre piaciuto scrivere, fin da piccola, perciò quando è arrivata l'età a cui si pensa seriamente a "cosa si vorrebbe fare da grandi" era ormai diventata una risposta obbligata, necessaria.



8. Come nasce l’idea di questo libro? Ci racconterebbe un aneddoto legato alla scrittura di questo romanzo?

Il libro è nato nella testa di una ragazzina piena di libri di avventura, fantasy, ecc., poi la ragazzina nel frattempo è cresciuta, è maturata, e ha tentato di adattare la persona che era diventata a quel primo nucleo. Dell'idea di base è rimasta la struttura portante, lo scheletro, ma nient'altro. All'inizio, quando avevo abbozzato solo una piccola parte, ho cercato di trasformarlo in un racconto per presentarlo a un concorso. Ricordo ancora il commento che aveva scritto il mio prof del ginnasio, in alto in penna rossa: "Se è tutta farina del tuo sacco, invialo, molto buono". È stato molto rassicurante, lo stimavo molto.



9. Cosa si prova a vedere il proprio lavoro prendere corpo e diventare un libro?

È una sensazione incredibile, e in realtà anche molto semplice: soddisfazione. Ma c'è anche un po' di paura e reticenza. C'è sempre una parte di te in ciò che scrivi, anche se non in senso strettamente autobiografico, perciò è inevitabile un po' di imbarazzo.



10. Chi è stata la prima persona che ha letto il suo libro?

Interamente, la versione completa? Mio babbo.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Penso che l'audiolibro sia uno strumento molto interessante. Oltre ad essere molto utile per tutte quelle persone che vorrebbero leggere ma per un limite o per un altro non possono, credo che, considerando quante persone si vedono in giro, in treno, in autobus, per strada, con gli auricolari e la musica nelle orecchie, l'audiolibro potrebbe essere un modo per arrivare anche a chi "non piace leggere".

 

 

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