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10 Ago
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Intervista all'autore - Dina Vaccari

1. Che cos’è per Lei scrivere, quali emozioni prova?

Già da bambina utilizzavo la scrittura come valvola di sfogo. Ad esempio a 13 anni, quando ho saputo della morte di mia nonna, ho sentito l'esigenza di chiudermi nella mia stanza e buttare giù alcune righe su quella triste notizia. Ne è nata così una poesia che ancora i miei genitori conservano. Ma scrivere non è per me solo ricerca di conforto nelle situazioni difficili, è anche un vero e proprio piacere: quanta soddisfazione quando mi viene in mente la frase giusta che cercavo da tanto!



2. Quanto della sua vita reale è presente in questo libro?

Tutto è reale! Infatti si tratta di un'autobiografia anche se, in realtà, ho scritto la storia come se idealmente venisse raccontata in prima persona da mio figlio!




3. Riassuma in poche parole cosa ha significato per Lei scrivere quest’opera.

Scrivere questo libro ha significato per me rimettere in ordine mentalmente un periodo, diciamo piuttosto "caotico", della mia vita che era iniziato, così senza preavviso, in seguito ad un evento traumatico. Quando si vivono situazioni improvvise e difficili, si fatica a rendersi conto fino in fondo di ciò che sta accadendo: ecco perché si sente poi la necessità di riordinare i ricordi. Ciò ci permette di essere più consapevoli e ci dà più lucidità mentale nell'affrontare il domani.



4. La scelta del titolo è stata semplice o ha combattuto con se stesso per deciderlo tra varie alternative?

Non mi è servito molto tempo per scegliere il titolo che secondo me rappresentava bene il significato profondo del libro. Infatti è stato facile per me decidere di giocare sulla somiglianza con il titolo di un'opera di Oriana Fallaci del 1975: "Lettera a un bambino mai nato". In questo suo lavoro la Fallaci ha parlato, con molto trasporto poiché coinvolta personalmente, soprattutto di aborto (oltre che di amore, famiglia, maternità consapevole): ha narrato infatti di un bambino che non ha avuto la possibilità di nascere. Mio figlio invece, nonostante le condizioni avverse, è riuscito a venire al mondo e ad intraprendere la sua continua lotta per la vita. Mi piaceva quindi l'idea di avvicinare queste due storie che raccontano entrambe situazioni estreme che riguardano i bambini. Il mio intento non era di certo quello di mettermi sullo stesso piano di una scrittrice di grande fama (lungi da me una tale presunzione!): ho soltanto pensato che ci poteva essere un parallelismo tra due libri che trattano in maniera autobiografica aspetti dolorosi della maternità.



5. In un’ipotetica isola deserta, quale libro vorrebbe con sé? O quale scrittore? Perché?

Credo che in un'isola deserta porterei con me qualche libro di Luis Sepulveda, perché mi sento in sintonia con il modo di comunicare tipico di alcune sue opere come "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" o " Storia di una lumaca che scoprì l'importanza delle lentezza" ed anche "Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà": si può scrivere in maniera apparentemente "leggera", trasmettendo messaggi significativi e affrontando tematiche profonde.



6. E-book o cartaceo?

Non posso negare che l'e-book rappresenti una grande rivoluzione nel mondo della lettura, anzi ha dei pregi ineguagliabili! Non ultimo il fatto per me (che sono un soggetto allergico alla polvere) che l'e-book faccia evitare fastidiosi attacchi di prurito e starnuti (di fronte magari ad un libro cartaceo giacente da un po' nella libreria). Ma, a parte gli scherzi, sinceramente sono riuscita da poco ad abbandonare block-notes e penna per scrivere al computer perché la carta ha sempre avuto comunque un certo fascino per me (nonostante l'allergia!). Quindi anche come lettrice rimango ancora legata al caro vecchio libro, purtroppo non sono una "nativa digitale"!



7. Quando e perché ha deciso di intraprendere la carriera di scrittore?

"Carriera " mi sembra una parola grossa! Diciamo che la propensione per la scrittura è una mia modalità privilegiata di comunicare già da quando ero giovanissima (come ho detto prima). Ai tempi dell'università ho avuto l'opportunità di pubblicare alcuni lavori per qualche giornale locale e poi per una piccola casa editrice che si occupava di narrativa per ragazzi (filone che sto seguendo ancor oggi, visto che come insegnante posso sperimentare in classe la validità di ciò che scrivo!).



8. Come nasce l’idea di questo libro? Ci racconterebbe un aneddoto legato alla scrittura di questo romanzo?

Nel periodo appena successivo alla nascita di mio figlio, lui era molto difficile da gestire perché, a causa delle sue disabilità, faticava ad ambientarsi nel mondo: piangeva parecchio e voleva solo stare con me; non capiva cosa gli accadeva intorno anche perché la sua vista era quasi nulla, si sentiva come minacciato costantemente. Proprio per questa situazione complessa, alcuni parenti mi suggerirono di appuntarmi tutto ciò che accadeva: rileggendo, avrei potuto notare magari anche solo dei piccoli miglioramenti nel comportamento del bambino, riuscendo così a vedere le cose più positivamente. Questo prezioso "input" mi ha dato lo stimolo per cominciare a scrivere la storia dei primi anni di quella che io definisco la mia seconda vita.



9. Cosa si prova a vedere il proprio lavoro prendere corpo e diventare un libro?

La sensazione è senz'altro di grande soddisfazione. Certo che, considerato il contenuto autobiografico del libro, è sempre emotivamente impegnativo vedere stese, "nero su bianco", le proprie esperienze di vita (anche se il tutto è scritto in maniera a volte leggera e ironica!).



10. Chi è stata la prima persona che ha letto il suo libro?

Ho dato il manoscritto in visione prima di tutto a mia sorella che è un'accanita lettrice. Per me la sua opinione era fondamentale (ed è stata positiva!). Mi incuriosiva però sapere anche cosa ne pensasse del mio lavoro qualcuno non coinvolto nelle vicende narrate. Infatti le persone di famiglia chiaramente erano di parte per il sentimento di affetto verso mio figlio. Così ho sottoposto il mio scritto ad una persona esterna che si occupava di critica letteraria (l'opinione è stata positiva per fortuna anche in questo caso!).



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Come per l'e-book devo dire che anche l'audiolibro è una novità molto importante, soprattutto perché è uno strumento utilissimo nei casi di deficit visivo. Ne parlo con cognizione di causa perché mio figlio Matteo è ipovedente e quindi noi familiari ricorriamo spesso ai testi in versione audio, per fargli ascoltare, per esempio, le sue fiabe preferite. Naturalmente, per quel che mi riguarda, devo ripetere ciò che ho già espresso parlando del supporto cartaceo: a me piace girare fisicamente le pagine, soffermarmi sulle frasi significative e magari sottolinearle con la mia matita. In realtà l'audiolibro sarebbe più comodo perché impegna solo il canale uditivo e libera le mani, che magari potrebbero nel frattempo fare altro. Si è creata a questo punto una singolare inversione di tendenza: l'audiolibro permette ai non vedenti di liberare le dita dalla lettura in Braille... invece io, da vedente, ho bisogno di usare le mani per leggere! 

 

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