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08 Ago
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Intervista all'autore - Gianfranco Gardella

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?

Su di me non ho grandi notizie. Non credo di avere un’identità e, pertanto, mi riesce difficile connotarmi. La mia vita è stata piatta, poi turbolenta ed affollata ed, infine, regolare. Gli anni trascorsi sui banchi di scuola sono stati monotoni ma gratificanti. Al liceo ho iniziato a studiare musica e, dopo la maturità, per una decina d'anni ho lavorato in quel settore. Il sabato e la domenica facevo le scintille, dal martedì al venerdì frequentavo l'università. Verso i trent'anni ho lasciato Milano e sono ritornato al mio paese d'origine nell'entroterra ligure. Tutt'ora insegno in un liceo classico genovese. Per quel che riguarda la mia attività di scrittore debbo dire che non mi ritengo tale. Per me lo scrittore fa letteratura e la letteratura è qualcosa che richiede doti estreme: non solo capacità di raccontare ma capacità di comprendere e, nello stesso tempo, di perdere il bandolo della matassa. Anche quella è una dote, per me.




2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?

Nell'arco della giornata non scrivo, penso e molto di ciò che penso finisce nero su bianco, quando ciò accade.



3. Il suo autore contemporaneo preferito?

Non so se per contemporaneo si intende, tassativamente, vivente. L'autore che preferisco è Saul Bellow. Tra i viventi sempre lui: è morto ma è vivo. Non credo che a rendere immortale un autore sia solo una grandezza incontestabile: ciascuno ha i propri punti di riferimento.



4. Perché è nata la sua opera?

Non c'è un perché, c'è solo un come. A furia di accumulare materiale ho pensato che valesse la pena di metterlo in ordine. Il tutto è accaduto senza una urgenza e senza un'occasione. Mi occorreva una storia sulla quale innestare quanto abbozzato e me la sono costruita.



5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?

Provengo da una famiglia operaia ma non povera. Non ho mai avvertito l'esigenza di portare avanti proteste o istanze innovative. Nella mia formazione letteraria hanno influito il mio percorso scolastico e le mie vicissitudini in giro per l'Italia a cavallo di una tromba.



6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?

Pensare è evadere dalla realtà, è crearsi un'esistenza parallela, è occuparsi di questioni di qualsiasi natura. Se poi il pensiero diventa parola scritta il risultato, il punto di approdo è lo stesso. O no? Tutto ciò che ci appartiene è realtà: sia il correre sotto la pioggia, sia il sorbire un caffè al bar oppure proiettarsi con la mente fuori dello spazio e del tempo.



7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?

L'ho detto, il pensiero siamo noi, l'azione l'opera siamo noi. Ciò che ho scritto l'ho rubato ovunque e a chiunque, compreso me stesso. Alla fine ho messo tutto insieme. Mi si passi l'immagine irriverente e persino impresentabile: lo scrittore è lo stomaco, tutto ciò che riceve, alla fine, è roba sua.



8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?

C'è una domanda di riserva?



9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?

Alcuni stralci li ho sottoposti al giudizio di amici e colleghi. Solo mia moglie l'ha letto integralmente ma di sua iniziativa e nonostante io fossi contrario.



10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’e-book?

No. Io credo che, soprattutto nel nostro paese, la gente per quanto sia presa dalla frenesia per il tecnologico ami il libro cartaceo. Il libro è tante cose, è soprattutto un oggetto che permette di godere di una sinestesia totale. L'unico senso che, apparentemente, non viene chiamato in causa è il gusto ma chi potrebbe mai negare che un libro si gusta?



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

In realtà non so cosa sia. Dalla fusione dei due termini presumo possa trattarsi di una sorta di narrazione fonica ad opera di una dama di compagnia virtuale. Se è così e fossi seduto su una sedia con la coperta sulle ginocchia e la giacca da casa in panno, lascerei perdere.


 

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Lunedì, 08 Agosto 2016 | di @BookSprint Edizioni

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