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27 Lug
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Intervista all'autore - Tommaso Tommasi

1. Parliamo un po’ di Lei, dove è nato e cresciuto?

Ho cominciato a scrivere poesie a vent'anni, nel '7o. Da allora la mia penna non si è fermata più. Quello che mettevo sulla carta veniva da lontano. Il momento più bello è quando le parole mi arrivano quasi spingendosi a vicenda. Ecco perché non riesco a fare a meno di comunicare alla carta quello che la mia mente mette in moto. Dalle poesie al racconto il passo è breve. Infatti, se le poesie erano spesso dei racconti, i racconti sono come poesie.




2. Che libro consiglierebbe di leggere ad un adolescente?

È difficile far leggere un adolescente oggi. Quando ero insegnante, abbiamo letto “Il barone rampante”, “La storia infinita” ecc. mentre io, da ragazzo, leggevo Verne, Salgari, ecc. Prima di chiedersi cosa far leggere, bisogna chiedersi perché. Ma la cosa dalla quale non si può prescindere è il salto tra una generazione all'altra. Se una volta c'era un contatto diretto tra genitori, figli, nonni, piccoli e adulti e anziani, oggi tutto è più frammentato, fino alla tragedia ultima: l'isolamento, la solitudine. È come se ognuno vivesse nel proprio piccolo mondo, ed è sempre più difficile comunicare. Quando ero ragazzo c'era rispetto, una parola che oggi è finita nel dimenticatoio e sembra quasi che tutto si sia capovolto, a cominciare dall'educazione (è il bimbo che guida i grandi e non viceversa).



3. Cosa pensa della progressiva perdita del libro cartaceo a favore dell’ e-book?

Il libro cartaceo, per me che ne ho collezionato e letto a migliaia, non morirà mai. Se qualche secolo fa in Europa c'erano soltanto pochi titoli, poiché molti erano gli analfabeti, come oggi in molte parti del mondo, oggi siamo sommersi dal cartaceo. Si dice che sono più quelli che scrivono che quelli che leggono. E forse è vero. Per chi è stato educato in un certo modo è difficile che cambi. E così chi è abituato a leggere libri cartacei, difficilmente amerà altro. Forse le nuove generazioni, che ormai nascono col telefonino incorporato, faranno diversamente, ma non è un problema mio. È qualcosa che hanno perso, non qualcosa che hanno guadagnato. Chi vivrà vedrà. (Se uno nasce in campagna non può amare la città, e viceversa.)



4. La scrittura è un colpo di fulmine o un amore ponderato?

La mia sensibilità si è con gli anni fatta più evidente. E tante sono le cose che amo raccontare e scrivere. Infatti sono sempre più convinto che, come dicevano i Latini, “verba volant”. Un modo perché qualcosa resti della nostra vita è quella di scriverla. È un po' come scrivere un diario continuo: si trovano esperienze, momenti diversi, magari da ricordare, da riprendere quando saranno passati tanti anni.



5. Cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

La vita è fatta di tanti momenti. Quando si è troppo giovani, il momento sembra essere uno, ma poi, crescendo, i momenti diventano tanti ed ogni volta si cambia, mentre per gli altri siamo sempre gli stessi. Ma quando si arriva a 6o anni, mentre il corpo denuncia il proprio logorio, la mente va alla ricerca di tutti i suoi momenti. È per ritrovare questi momenti passati che siamo spinti a scrivere. E scrivendo si scoprono cose che non si scoprirebbero se non si scrivesse.



6. Quale messaggio vuole inviare al lettore?

Più che un messaggio per gli altri, scrivere è un modo per sentirsi vivi, fermare il momento, per non dimenticare. Magari far amare la lettura, la scrittura, perché quando leggiamo un libro è come fare la conoscenza di un nuovo amico e l'amicizia è fondamentale nella vita.



7. La scrittura era un sogno nel cassetto già da piccolo o ne ha preso coscienza pian piano nel corso della sua vita?

Con la penna mi piace non solo scrivere, ma anche disegnare e sentire scorrere sulla carta un segno che prima non esisteva; è come essere un creatore di qualcosa di unico. Se penso che al mondo c'è qualcosa di unico, e quel qualcosa l'ho creato io, mi sento meglio anche fisicamente, poiché corpo e mente sono legati imprescindibilmente.



8. C’è un episodio legato alla nascita o alla scrittura del libro che ricorda con piacere?

“Euforia del caos” è un po' la continuazione delle “Poesie del caos”. Allora tutto faceva riferimento all'arte Dada, mettendo insieme parole via via sempre più dissociate: le prime poesie hanno un certo senso, guidate da regole e istinto, le ultime non hanno più molto senso. Da lì è nata l'idea di cercare ancora il caos, seguendo l'unica regola del caos, che nell'espressione artistica si evidenzia soprattutto nei disegni a inchiostro soffiato e nella pittura ispirandomi all'opera di Pollock.



9. Ha mai pensato, durante la stesura del libro, di non portarlo a termine?

Il ricordo è come una cicatrice. Non puoi farne a meno e quella cicatrice è un momento della tua vita. E' impossibile comunicare senza scriverlo. Un po' come i soldati in guerra, che hanno lasciato migliaia di lettere alla storia. La vera storia è fatta dalla gente, eppure si continua a scrivere sui grandi personaggi al vertice, tralasciando quelli che sono alla base. Ma una piramide senza base non avrebbe nemmeno il vertice.



10. Il suo autore del passato preferito?

Il primo romanzo che ho letto è stato “L'idiota” di Dostoevskij. Sono stati tre giorni intensi e alla fine avevo un forte mal di testa, avevo tredici anni. Poi ho scoperto “Delitto e castigo”, che ho riletto l'anno scorso e mi è sembrato un punto di riferimento per tutta la letteratura di oggi. Qualcuno ha detto che dopo i grandi russi, il romanzo è finito. Ma è tutto da dimostrare.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

 

È una bella cosa, ma non per tutti, una variazione sul tema. Ma mentre il libro è qualcosa di personale, un amico che facciamo a nostra immagine e somiglianza, l'audiolibro ha bisogno di una bella voce, di qualcuno che non siamo noi: quasi una imposizione. Non possiamo essere noi a scegliere, come quando accendiamo la TV e non ci sforziamo nemmeno di cambiare canale: quello che c'è, c'è.



 

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Lunedì, 27 Luglio 2015 | di @BookSprint Edizioni

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