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11 Lug
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Intervista all'autore - Aurora Bonanno Conti Natoli

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?

Desiderosa di apprendere e apprendere e apprendere ,assetata di “armonia”, bisognosa di essere utile agli altri. Gioia grande sentirsi “in comunione” con la natura. Magica infanzia e prima giovinezza tra l’amore che abbracciava la mia famiglia della terra di Sicilia. Poi la morte prematura del mio papà. A Roma felice sposata con un ingegnere, che in silenzio accolse nei suoi ultimi 14 anni una grave malattia, e dal 2010 attende il momento in cui anch’io m’incamminerò nel tempo senza tempo.

Ora vivo nella casa che lo accolse appena nato e custodisco questo dono prendendomi cura delle secolari “creature della terra”. Due di esse proteggono l’immagine del Papa Santo. E a segnare il confine della distesa azzurra le isole Eolie. Non si decide di diventare scrittore, poeta, pittore, musicista: è necessario per esserlo che si abbia il dono della vocazione ,scrive John Hilman.



2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?

Lo scrivere non è un farmaco da assumere all’orario, scrivere è creare e come tale ogni momento del giorno o della notte può essere utile. È l’ispirazione a scegliere il momento.



3. Il suo autore contemporaneo preferito?

Non lo so: preferisco leggere saggistica, fra i pochi letti “Breve storia dell’anima” di Gianfranco Ravasi mi ha profondamente toccata.



4. Perché è nata la sua opera?

Non pensavo che avrei pubblicato ciò che scrivevo per me stessa : sentivo il bisogno di confidare a un amico, il foglio, il mio “comunicare” con il creato e, anche, i dolori, le gioie, i ricordi. Ogni mattina porgo il buongiorno a ciò che il cielo mi offre, e la sera saluto i doni della notte. Il rapporto che noi abbiamo con tutto ciò è un rapporto spirituale, un rapporto da cui nasce una coesione profonda con tutto il creato e, perciò, un sentire la natura non come qualcosa di estraneo ma il compimento di sé. Ascoltare il silenzio. L’averlo dimenticato ha depauperato la nostra interiorità e, chiusi nella gabbia dell’egocentrismo, non si comunica né con se stessi né con gli altri, contribuendo al sopravvento della disumanizzazione dell’uomo.



5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?

Il contesto sociale non è fondamentale per una formazione letteraria, ciò che conta è la sensibilità delle persone che circondano e soprattutto se dentro c’è il desiderio di cultura. La salvezza dell’uomo, cioè il raggiungere l’equilibrio tra la materia e lo spirito, la danno la cultura e la fede. La cultura come conoscenza nel rispetto dell’umanità dell’uomo. La fede come certezza che la vita terrena ha senso solo se proiettata al di là del quotidiano.



6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?

È l’uno e l’altro : scrivendo scavi nei labirintici meandri della interiorità per cercare e ricercare percezioni sensazioni sentimenti, ti tuffi nella memoria, nel cui ricordare immaginare fantasticare si abbracciano alla realtà .



7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?

Tutto: c’è la mia anima.



8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?

Ho avuto tre maestri di vita: il mio papà, la mia mamma, mio marito che da tempo non abitano più questa terra. Durante la stesura ero sola.



9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?

Parenti e amici lontani e io desideravo subito un giudizio sul mio libro: l’ho dato da leggere a una persona che avevo conosciuto da poco e che giudicavo degna di fiducia.



10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’e-book?

Che ben vengano forme nuove per diffondere la cultura: ma il cartaceo non può morire, non deve morire. Se un libro ti piace diventa tuo amico e come tale hai bisogno di averlo accanto, di sentire tra le mani la sua pelle, di poter segnare alcune parole, di scriverci sopra strapazzandolo o lodandolo.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

È un’ impresa ardua, splendida e pericolosa: leggere un’opera significa costruire un incontro empatico tra la interiorità dell’autore e l’interiorità del lettore. Se ciò non avviene la lettura può “ammazzare” il libro. Soltanto l’autore dovrebbe leggerlo, ma non sempre egli sa leggere.



 

 

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Sabato, 11 Luglio 2015 | di @BookSprint Edizioni

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