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BookSprint Edizioni Blog

17 Set
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Intervista all'autore - Martina Vittorio

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?
Mi presento per bene: sono Martina Vittorio e sono una psicologa.
Sono nata e cresciuta a Catania, in quella città da molti identificata come patria dell'Etna, quel vulcano donna che scruta e ruggisce sui suoi figli, affacciandosi sul Mare Ionio.
La "decisione" di diventare scrittrice di professione, è stata in realtà presa molto di recente.
Ho iniziato a raccontare, da bambina, attraverso le immagini. Amavo disegnare.
Col tempo, mi è venuto naturale tramutare le immagini in parole. Credo infatti che il mio stile possa definirsi parecchio descrittivo e minuzioso, volto quasi a voler "fotografare", tramite vocaboli, realtà talvolta astratte e difficili da rappresentare in una sola immagine alla volta.
Come un po' la maggior parte della mia generazione, iniziai a scrivere un diario segreto intorno ai sette anni.
Il mio primo e più reale tentativo di scrittura, però, privo di qualsiasi ambizione, risale all'estate dei miei quindici anni. Sentii, per qualche motivo, l'esigenza di scrivere. Ma l'abbandonai presto.
Ripresi nell'estate del 2016, mossa sempre da una personale urgenza che oserei definire essere sintomo di una sorta di malessere. Anche lì, una volta calmate le acque, poiché non nutrita da alcuna ambizione, smisi in breve.
Da qualche tempo, invece, ho iniziato a scrivere poesie e pensieri nei miei profili social. La gente apprezzava e, in privato, mi palesava tali apprezzamenti e mi esortava a ponderare di scrivere seriamente qualcosa che potesse avere un seguito. Ho sempre gradito tali elogi e solleciti, ma non li ho mai preso troppo in considerazione.
La consapevolezza di poter scrivere, mi è giunta quando gli apprezzamenti mi sono stati mossi da gente che posso definire più "competente", nonché appartenente al settore. Talvolta si è trattato di alcuni dei miei docenti di università. La cosa mi lasciò stupìta.
Ho partecipato nell'ultimo anno ad un concorso letterario della cui esistenza mi rese partecipe un caro amico. Ho pensato fino all'ultima settimana utile se partecipare e l'ho fatto. L'esperienza però, mi ha purtroppo lasciato una grande scottatura poiché privata dei miei diritti d'autore sull'opera parecchio personale che avevo scritto per l'occasione.
Da allora, pur sentendomi profondamente lesa, ho iniziato a scrivere mossa non solo da quell'ormai nota urgenza personale, ma anche dalla voglia di riscattare quanto fosse di mio dominio intellettuale. Spinta da quella voglia sempre legittima e umile ma stavolta più fiera, ho dunque trovato il coraggio di continuare a scrivere e di proporre questa mia prima opera dando finalmente un natale a quanto fosse di mia proprietà intellettuale, alla BookSprint Edizioni.
Ho ben valutato la politica adottata dalla casa editrice, vista la mia brutta esperienza precedente. Mi è piaciuta e mi sono fidata.
E, non di meno, ho avuto la fortuna di incontrare l'interesse e la corrisposta fiducia del mio editore, Vito Pacelli, che ha dunque deciso di credere in me dandomi questa grande opportunità!
 
2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?
Il momento più proficuo per ogni mia attività di tipo cognitivo-intellettuale, è sicuramente la mattina, anche molto presto. Quando mi ritrovo immersa nel silenzio, sia di casa che delle strade, e che meglio mi fa risuonare i vissuti e le parole: quelle mie, dei miei pensieri, dei miei ricordi e quelle della gente con cui sono entrata e/o continuo ad essere in contatto.
 
3. Il suo autore contemporaneo preferito?
Non ho un autore contemporaneo preferito.
Molte delle cose che leggo, le leggo per continuare a formarmi professionalmente come psicoterapeuta. Sono tutte, a mio avviso, cose belle e utili da leggere: non sempre però si tratta di letture da "spiaggia".
In generale, sono più un'amante dei classici che trovo sempre attuali, intensi e lungimiranti per i tempi in cui sono stati concepiti e pubblicati. Tanto i saggi, quanto i romanzi. In particolare, mi appassiona davvero molto tutto ciò che concerne la letteratura francese.
Potrei citare capisaldi come Maupassant, J.P. Sarte, Simone de Beauvoir, Marguerite Duras, Colette, l'interessantissima e più contemporanea Amélie Nothomb.
Ma se devo consigliare delle piacevoli letture, accessibili a tutti, di autori contemporanei, non potrei che fare riferimento ad amici -ammetto di essere di parte- come Maria Pia Basso e Antonio Ciravolo.
Come letture un po' più complesse, psicoanaliticamente orientate, trovo invece interessante la scrittura di Franco Lolli che è, a mio avviso, più semplice e gradevole rispetto a quella espressa dalla media dei professionisti del settore.
 
4. Perché è nata la sua opera?
Per spiegare il "perché", occorre prima spiegare il "quando" della nascita della mia opera.
Ho scritto la mia opera prima "Vietato alle-menti-arse. Un libro di chi Salvo Nonè" durante il famoso periodo di lockdown che ha investito praticamente tutti noi, a causa dell'emergenza Covid-19.
È probabilmente nato tutto dall'idea del titolo che mi ronzava in testa in quel momento e che riprendeva per assonanza, un po' "scimmiottandolo", quello famoso di uno dei libri di maggiore successo di Salvo Noè.
Sia da psicologa che da normalissima persona che conduce una vita nel privato, ho avuto modo di osservare e sentire le paure e le angosce di molti. Tutte simili e tutte diverse al contempo. Non sono mancate le lamentele e le riflessioni -mie e altrui- su tutto ciò che da tale periodo di "stallo caotico" stava venendo fuori.
Ho trovato opportuno nonché necessario scrivere di tutto questo, per cercare di mostrare e denunciare come il malessere sia sempre, prima di tutto, una questione individuale. Non esiste bene e giusto, non esiste male e ingiusto, nell'essere umano. Tutto è relativo. E, distanziandomi dalla posizione di Noè, ho cercato di dare un volto nuovo alla dimensione della lamentela da molti concepita solo come irritante, inutile o ingiustificata.
Il malessere prende tante forme quante sono quelle di ogni singolo individuo: non è detto che il Coronavirus sia un male per tutti. Non è detto che il Coronavirus sia "IL" male oggettivo di tutti.
Si potrebbe dire che ciascuno viva, probabilmente senza neanche saperlo, con un proprio di parassita: "a ognuno il suo Coronavirus".
 
5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?
Sono sicura di poter dire, anche per deformazione professionale, che il contesto sociale che ci circonda incide sempre tantissimo. Molto più di quanto pensiamo e/o desideriamo. Faccio cenno di ciò anche nel mio primo libro.
Per tornare ai miei gusti letterari, posso sicuramente affermare di amare ed essere affascinata dalla letteratura francese perché sin da bambina sono stata abituata a sentire parole francofone per via del contatto stretto con degli zii ex docenti di lingua francese.
 
6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?
Non credo di poter dare un giudizio definitivo al riguardo.
Trovo, anche qui, che sia molto soggettivo il modo di vivere e usare la scrittura.
Anche di questo faccio cenno nella premessa di "Vietato alle-menti-arse".
Per me, indubbiamente, si tratta di un mezzo per raccontare la realtà. Una realtà talmente vera e minuziosa, tante volte nascosta e raramente espressa, da fare invidia alla fantasia e superare ogni immaginazione!
 
7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?
Tutto e niente.
La mia voce, all'interno di "Vietato alle-menti-arse. Un libro di chi Salvo Nonè", si perde e si mischia a quella di terze persone.
Indubbiamente, così come mi è capitato di sondare in ogni opera che ho avuto modo di leggere nella mia vita, c'è sempre qualcosa dell'autore.
Un mio docente di specializzazione, il dott. Renato Bellinello, ricorda sovente quanto effettivamente non è dei personaggi di un romanzo che va fatta l'analisi, quanto piuttosto dell'autore che li ha concepiti.
 
8. C’è qualcuno che si è rivelato fondamentale per la stesura della sua opera?
Potrei rispondere anche qui così: tutti, e nessuno in particolare.
Molti spunti sono stati presi da voci comuni che tutti abbiamo sentito ogni giorno nel periodo di lockdown.
Altri, invece, sono frutto di confessioni e rivelazioni fattemi da terze persone e che mi sono ben curata di mascherare adeguatamente per una tutela della privacy.
A posteriori, la nascita del mio ultimo nipotino, Tobia, ha dato ancora più senso a quanto avevo già espresso nel testo concepito non molto prima della sua venuta al mondo.
 
9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?
A mia insaputa e con una buona dose di incredulità, la prima a leggere il libro, è stata mia madre.
Era arrivata la prima bozza stampata, offertami dalla BookSprint Edizioni, all'indirizzo di residenza in cui vivono i miei genitori.
Lo ha letto e, con timidezza, mi ha detto di esserle piaciuto.
La persona a cui invece ho scientemente chiesto di leggerlo ma che evidentemente non è risultata essere la prima, è stata mia zia Silvana -l'ex docente di lingua e letteratura francese. Solo molto di recente ho scoperto e letto un libro da lei scritto in giovane età su Ionesco e il Teatro dell'Assurdo. Alla luce di ciò, non ho potuto non ritenere opportuno fare leggere a lei il mio libro, così da avere un parere più "neutrale" e più consapevole del mondo editoriale.
 
10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’ebook?
Penso che il numero di lettori amanti dell'eBook andrà incrementandosi per i più disparati e anche immaginabili motivi.
Non so quanto ciò sia invece gradito da chi scrive un libro, il cui sogno -un po' fiero e narcisistico- è quello di vedere una bella copertina col proprio nome stampato sopra, a sigillare quanto è contenuto nelle pagine da poter far scorrere tra le proprie dita. È un modo di toccare con mano, concretamente, ciò che è frutto di qualcosa di apparentemente astratto come pensieri e parole.
Il cartaceo è la materializzazione di ciò che si ha in testa.
Rinunciarvi del tutto non penso che sarà possibile né facilmente accettabile, da chi scrive, almeno per un'altra cinquantina d'anni.
 
11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Quella dell'audiolibro trovo che sia un'iniziativa geniale!
Posto sempre che, per rispettare le fatiche dell'autore, si affianchi alla possibilità di un cartaceo.
Dedicarsi alla lettura -così come alla scrittura, in fondo- richiede sicuramente delle condizioni opportune di spazio e tempo. Un modo per ovviare alla mancanza dell'uno o dell'altro, e per venire incontro alle esigenze di un lettore che magari non è nelle condizioni fisico-organiche di poter leggere un normale libro stampato, può sicuramente essere quello di ricorrere all'audiolibro. Che, sicuramente, si mostrerebbe anche una soluzione più allettante per chi non è un lettore navigato.
La ritengo dunque una bellissima iniziativa, a cui io stessa farei ricorso.
Tuttavia so anche quanto, ad ascoltare solamente, non sia possibile sempre cogliere delle piccole sfumature che un autore vuole consapevolmente lasciare, talvolta anche enigmaticamente, nel proprio testo scritto.
Alcuni passaggi potrebbero risultare meno facilmente comprensibili o, comunque, muovere meno alla riflessione.
Diciamo che è una forma che consiglierei di più ad una persona già "navigata" e amante della lettura che però non ha molte più occasioni per dedicarvisi, che per chi non è troppo abituato a leggere. Si tratterebbe altrimenti di far venire totalmente meno un vero e proprio esercizio cognitivo che appartiene al genere umano ormai da tempi immemori.
In definitiva dunque, direi sì, è un'iniziativa da incentivare: un "plus" che è opportuno concedere ma non come il solo ed unico, quanto piuttosto come utile strumento da "affiancamento" alla lettura tradizionale.
 
 
 
 
 

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Giovedì, 17 Settembre 2020 | di @BookSprint Edizioni

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