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22 Set
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Intervista all'autore - Cristian Liberti

1. Che cos’è per Lei scrivere, quali emozioni prova?

Scrivere è la nostra verità. Noi siamo ciò che riflettiamo e la scrittura è la manifestazione più veritiera ed intrinseca della nostra anima, appunto del nostro riflettere. Vede, prima dell’avvento “totale” della tecnologia e non parlo dei social, chat o forum, ma prima ancora che i computer entrassero nelle case, tutti scrivevano il proprio diario. Resoconti della propria vita, delle giornate, delle emozioni. Cronistorie della propria esistenza che spesso diventavano delle narrazioni avvincenti. Ragguagli sul passato per poter, forse, affrontare il futuro con coraggio e vigore. Ecco tutti quegli scritti, rappresentavano la vita di ognuno. Quel tra-scrivere era appunto l’unione del nostro io, tra la nostra vita e lo scrivere stesso. Le nostre speranze, le nostre aspirazioni, i nostri progetti, le nostre conclusioni. Ecco cosa rappresenta per me scrivere. Oggi il metodo è diverso. C’è la tecnologia. Diciamo che devo ancora entrare in quest’ottica, fare login.




2. Quanto della sua vita reale è presente in questo libro?

Tutta. Per quello che le ho detto prima, nei nostri scritti c’è la nostra esistenza. È chiaro che le storie sono inventate, il romanzo strutturato secondo le idee balenate in quel momento, i nomi ed i luoghi immaginati chissà perché o come, ma in realtà tutto ciò che scriviamo, fosse anche un testo scientifico o un saggio filosofico, rappresentano noi. Il noi complessivo che d’altronde si espone agli altri.



3. Riassuma in poche parole cosa ha significato per Lei scrivere quest’opera.

Ha lo stesso significato di tutte le altre cose che ho scritto. Certo sia chiaro, ho la sensazione che l’ultima cosa che ho scritto sia sempre la migliore, perché come cresco io spero che crescano anche i miei scritti, ma il significato è sempre lo stesso. Dare sfogo alla propria fantasia per poter esprimere i propri concetti, la propria realtà, appunto la propria esistenza.



4. La scelta del titolo è stata semplice o ha combattuto con se stesso per deciderlo tra varie alternative?

Fino a qualche giorno prima della pubblicazione, il titolo era tutt’altro. Pesante, impegnativo e soprattutto risoluto. Ho pensato che bisognava cominciare dal titolo per dare la possibilità al lettore di poter leggermente scivolare tra le pagine del libro. Pensi, il titolo originario doveva essere “Dialogo con Tito Livio”, ma poi grazie anche al consiglio di una mia carissima amica, Lea Canitano, ho virato su una frase dello storico, d’altronde presente nel libro.



5. In un’ipotetica isola deserta, quale libro vorrebbe con sé? O quale scrittore? Perché?

Avere un solo libro su un’isola deserta è come avere una briciola di pane, dopo aver digiunato per tre giorni. Avere tempo e non sfruttarlo sarebbe come non averlo. Se proprio dovessi scegliere un libro, porterei con me il “Il manoscritto Voynich”. Portare con me uno scrittore sarebbe diverso. Potrei parlare tanto con lui ed impegnare il mio tempo a scoprire tante cose. Essendo un’amante della letteratura russa, porterei con me colui che considero il padre: Gogol. Anche se amo Dostoevskij e Bulgakov dei quali ho letto tutto.



6. E-book o cartaceo?

Con o senza reggiseno? Cosa vuole che m’importi. Conta il testo.



7. Quando e perché ha deciso di intraprendere la carriera di scrittore?

In genere le carriere le decidono sempre gli altri, magari con le loro valutazioni. La mia la definirei più un’avventura che molto probabilmente non finirà mai. Chi decide di dare principio all’arte deve entrare nell’ottica che essa non finirà mai.



8. Come nasce l’idea di questo libro? Ci racconterebbe un aneddoto legato alla scrittura di questo romanzo?

In genere creo dei personaggi che possano dire, spiegare ed affermare, quello che sento in quel momento. Quasi sempre il primo ed il secondo capitolo sono così. Poi dopo penso alla storia e ad andare avanti. Il finale in genere mi annoia. Non avrei voluto metterci la classica storia d’amore. Anzi non avrei voluto metterci proprio l’amore, lasciando libero il protagonista di vivere il suo plot. Ma con il passare delle pagine mi sono reso conto che ci voleva il rovescio della medaglia di Carlo. Insomma avevo la testa, ma ci voleva la coda e chi meglio di una fidanzata o una compagna. Alzo gli occhi dal pc, mi ritrovo al mio fianco una donna, che avrei avuto di fronte per diversi giorni e scrivo di lei. Una donna meravigliosa. Molto meglio di Eleonora, ma in quel momento l’ho vista così.



9. Cosa si prova a vedere il proprio lavoro prendere corpo e diventare un libro?

Quando credi in quello che scrivi il tuo lavoro, prende corpo già sul pc. Perché poi lo stampi decine di volte. Lo rileggi, lo correggi, lo coccoli, lo porti sempre con te. Quando poi diventa libro e lo hai amato completamente gli dici: ecco sei pronto. Ora puoi andare per il mondo.



10. Chi è stata la prima persona che ha letto il suo libro?

Quasi sempre è la mia compagna che legge per prima le mie cose, anche perché con gli anni è diventata molto critica e severa. Per fortuna c’è una nuova generazione che avanza quella dei miei nipoti e dei miei figli.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Conta il testo, anche se nel caso dell’audiolibro, puoi essere infinocchiato da una voce suadente.

 

 

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