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21 Lug
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Intervista all'autore - Giovanni Battista Maese

1. Che cos’è per Lei scrivere, quali emozioni prova?

Scrivere è qualcosa che ho sempre saputo fare, che mi è sempre venuto naturale. È un approdo a cui ricorro quando avverto l’instabilità della mia esistenza. Le emozioni che provo quando scrivo sono sempre contrastanti e finiscono per appartenere ai personaggi delle mie storie.



2. Quanto della sua vita reale è presente in questo libro?

Trattandosi, ovviamente, di una storia ambientata in un’altra epoca, ciò che si può intendere per presenza della propria vita reale nel romanzo non può che essere rappresentata dalla convinzione, che alimenta l’intera narrazione, di una continuità storica ed antropologica esistente tra la Napoli che ho descritto nel romanzo e quella contemporanea.




3. Riassuma in poche parole cosa ha significato per Lei scrivere quest’opera.

Prima di tutto è stato un bellissimo percorso emozionale, che mi ha restituito via via ricordi e sensazioni del mio passato, che pensavo ormai cancellati dal cuore e dalla mente. Scrivere questo romanzo ha dato corpo ad un’idea che avevo da tempo: fondere in un’unica scrittura, in un’unica esperienza letteraria, più generi e nel contempo riuscire a dare sostanza ai personaggi, facendoli vivere ed agire in un complesso, realistico, milieu sociale ed istituzionale.



4. La scelta del titolo è stata semplice o ha combattuto con se stesso per deciderlo tra varie alternative?

Posso affermare, per paradosso, che è nato prima il titolo e poi il romanzo. Questo per dire quanto sia stato certo di questo titolo sin dal suo primo apparire nella mia testa. A Napoli è sempre estate esprime una filosofia di speranza, un modo di essere di una città e della sua gente. Estate vuol dire bella stagione, e quindi ottimismo, significa luce, e quindi voglia di andare avanti, di proseguire, nonostante le difficoltà che la vita ci pone davanti.



5. In un’ipotetica isola deserta, quale libro vorrebbe con sé? O quale scrittore? Perché?

Quando sai che devi andare in un luogo deserto vorresti portarti tutto. E così comincia l’esercizio affannoso dell’elenco delle cose di cui ritieni non poter fare a meno. Per me è molto difficile individuare un solo libro che porterei sull’isola. Preferirei rinunciare a qualcosa e portarmene almeno due: “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi e “I quaderni del carcere” di Antonio Gramsci. Il primo perché con la semplicità e l’immediatezza della sua scrittura riesce, meglio di qualsiasi saggio storico, a comunicare le ragioni dell’arretratezza del Sud Italia, della miseria morale e materiale che vi regna, ma anche a rinnovare l’umanità che caratterizza questa terra e l’incanto che può trasmettere. Il secondo libro perché è stato per me una miniera inesauribile di idee e di spunti, che ad ogni rilettura mi ha sempre condotto verso nuovi itinerari e offerto le risposte che cercavo. Indispensabile per la sopravvivenza materiale ed intellettuale su un’isola deserta!



6. E-book o cartaceo?

Per tutti quelli della mia generazione odorare un libro fresco di stampa o anche, persino, apprezzarne la sua muffa, resta una fase irrinunciabile di un rituale, di una degustazione sensoriale che, qualche volta, riesce a farti cogliere, ad annunciarti, la qualità dei contenuti. Ma al di là di queste personali nostalgie, non posso certo disconoscere l’efficacia del e-book, che può fornire, attraverso adeguati strumenti di lettura multitasking, una visione trans testuale che, al di là delle intenzioni del libro stesso e del suo autore, consegna al lettore inaspettati ed inediti risultati sul piano della fruizione dei contenuti. Comunque, in attesa di un futuro sviluppo tecnologico che realizzi una suggestiva, concreta, sintesi di entrambe le modalità, ritengo opportuno che la versione cartacea debba ancora accompagnare quella e-book. E poi, nel frattempo, con l’e-book a disposizione, non sono costretto a portarmi su un’isola deserta soltanto un libro, ma posso riempire la memoria dell’ Ipad di tantissimi libri.



7. Quando e perché ha deciso di intraprendere la carriera di scrittore?

Non ho mai preso questa decisione. Quella di scrittore non è un carriera. E soprattutto non sei tu a decidere di voler fare lo scrittore. Sono gli editori, sono i lettori a dare corpo alle tue ambizioni. È il gradimento manifestato in misura apprezzabile verso il tuo prodotto che può darti l’occasione di intraprendere una “carriera”, altrimenti resta comunque il piacere, l’esigenza vitale, insopprimibile, di scrivere. E questo può anche bastare per avere una vita serena.



8. Come nasce l’idea di questo libro? Ci racconterebbe un aneddoto legato alla scrittura di questo romanzo?

L’idea è nata dalla lettura di un cronista napoletano del seicento, in cui mi sono imbattuto per caso alcuni anni fa. In particolare, restai molto colpito dalla cronaca di alcuni eventi delittuosi e come essi facevano il giro della città, e così pure dalla descrizione di chiassose feste popolari. Inspiegabilmente quel libro non l’ho più trovato, né mi è stato possibile risalire al suo autore, ma le suggestioni che mi avevano lasciato quei racconti hanno continuato ad alimentare le mie fantasie, fino a quando ho deciso di tessere intorno ad esse, e a quei misteri che il cronista appena accennava, una cornice storica più definita, una trama più articolata e il più possibile avvincente.



9. Cosa si prova a vedere il proprio lavoro prendere corpo e diventare un libro?

Non posso nascondere la soddisfazione, unita all’emozione, che si prova quando, passo dopo passo, vedi prendere forma la storia che hai avuto in testa per tanto tempo. Soprattutto sono contento perché, complessivamente, alla fine era quello che volevo, e perché sono riuscito, in una storia come questa, a sfuggire all’insidia degli stereotipi e a una classificazione manichea degli eventi e dei personaggi. Ma sono stato davvero soddisfatto quando mi sono reso conto, sin dalla copertina del libro, che il progetto narrativo di raccontare il passato per descrivere il presente era pienamente riuscito.



10. Chi è stata la prima persona che ha letto il suo libro?

Quando ho concluso la prima stesura del romanzo non potevo che farlo leggere per prima alla mia compagna, ma temendone un giudizio inevitabilmente temperato dall’affetto, l’ho affidato contemporaneamente ad altri due lettori, da me ritenuti affidabili per oggettività di giudizio e per competenza. A dire il vero l’attesa mi ha procurato un po’ d’ansia, che si è però dissolta quando mi hanno comunicato di avvertire, ora che avevano concluso la lettura, la mancanza degli ambienti e dei personaggi, ai quali, dicevano, di essersi sinceramente affezionati. Come autore non si può pretendere di più. Sai di aver conquistato un lettore e che il romanzo che hai scritto lo ha emozionato ed avvinto.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Ricordo che il mio primo approccio ai racconti, ai romanzi, è avvenuto da bambino con la lettura alla radio dei grandi classici della letteratura, fatta a puntate da grandi attori di teatro, i quali prima di tutto erano delle grandi voci. Io che faccio l’insegnante posso affermare che la stragrande maggioranza degli allievi non sa leggere, perché nessuno lo ha mai fatto per loro. E allora instancabilmente io leggo per loro e così registro i primi timidi miglioramenti. E allora dico sì agli audiolibri, sperando che dalle milioni di cuffie, accanto alle note delle belle canzoni, possano uscire anche le voci di bravi narratori che sappiano raccontarci nuove storie.

 

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