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BookSprint Edizioni Blog

30 Set
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Intervista all'autore - Giuseppe D'Orazio

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?

Poco interessante la mia vita, simile a molte altre poco degne di particolare nota, almeno sino all’età della maturità. Ho vissuto in Puglia nel Brindisino, un’infanzia in ambiente familiare semplice, con semplici principi, non facili da rispettare, che hanno influito alla formazione della mia non semplice personalità. Campagna, alberi d’olivo, stradine bianche, mare, biciclette, pianoforte, canto, libri, amici, studi… shakerate tutto a vostro piacimento e diluitelo nel tempo se proprio volete intuire qualcosa dei miei primi 20 anni, versate poi tutto in una bella caraffa colma di Roma, per superarli.

Sino ad oggi ho reso pubblico un solo romanzo e quello di “scrittore” è un vestito che mi sta largo addosso, ma se voi pensate che mi calzi a pennello, non insisto nel convincervi del contrario. Ho iniziato a scrivere il mio “Apparenza e disincanto” su di un forum di finanza in un’apposita area di svago, per evitare di parlare o sentir parlare di soli numeri borsistici altalenanti. Ho iniziato a raccontare quella storia che ho sempre avuto dentro, in una discussione da me intitolata “La realtà non è sempre come appare”, pensando di fermarmi al primo capitolo, poi incitato da chi incuriosito interveniva per sapere come il racconto proseguisse, ho continuato a scrivere. Ho abbandonato questo mio thread a metà libro, dopo aver deciso di completarlo in sordina, fra le mie quattro mura di casa.



2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?

Amo scrivere perché per me è un po’ come ascoltare se stessi e dare forma ai pensieri ascoltati, pertanto quando non posso farlo perché occupato necessariamente con l’inevitabile quotidiano, fingendomi distratto, affino la punta della freccia che impegno poi in qualsiasi arco disponibile che scovo libero nella giornata.



3. Il suo autore contemporaneo preferito?

Sono terribilmente pigro nella lettura perché mi annoio con estrema facilità, se dovessi scegliere comunque un autore grazie al quale ho superato in più occasioni la fase rem con la quale mi scontro inevitabilmente durante i miei tentativi di lettura, direi Dominique Lapierre.



4. Perché è nata la sua opera?

Ho quell’estrema necessità di sentirmi protagonista, voglio lasciare emozioni, stupire, conoscere e conquistare più gente possibile, perché è una delle cose che senza tanti giri di parole mi fa star bene. Essendo però nella vita un timido anche mal mascherato che difficilmente si espone, scrivere diventa per me il mezzo che mi permette di far gran parte di tutto ciò senza essere coinvolto in prima persona, senza essere necessariamente presente in quel momento e senza alcun mio stupido, inevitabile, personale, minimo imbarazzo. La mia opera è nata perché volevo mettermi a nudo, per mostrarmi con pregi e difetti, perché libero scrivo quello che penso lontano da regole e schemi, perché posso essere finalmente i mille me stesso e, se qualcuno riconducesse a me il personaggio principe della mia opera ritenendolo insicuro, sbagliato, goffo, imbranato, incomprensibile, esagerato, improbabile, improponibile, paradossale o irreale, posso sempre rispondere dicendo forse il contrario di ciò penso: “Quello non sono certo io, è solo un singolare personaggio del mio romanzo”.



5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?



Molto, io sono ciò che scrivo e scrivo quello che in qualche modo, distrattamente o no, ho vissuto. Poi tutto torna, quell’incontro strano, quel casuale diretto aneddoto provato, quel mio osservare oltre l’apparenza, quel mio vivere da primo spettatore quel che mi accade attorno, quel mio dare valore a quanto può sembrar banale, quel castello di gioie e sofferenze vissute, la mia vita a Roma, la famiglia… Tutto si versa nei miei scritti pian piano presentandosi al momento giusto, con un naturale ordine che forse non avrei pensato poter ottenere.



6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?

Scrivere è un po' come svelare la realtà che vorremmo vivere ed è a volte quella a noi più congeniale, l’unica che possiamo manipolare e gestire a nostro piacimento. Scrivere è un tuffo nella nostra realtà interiore, verità che nessuno può comprendere mai fino in fondo correttamente, perché ognuno legge con i propri occhi e fa sua, la realtà che si aspetta di leggere o quella più vicina al suo modo di essere. Pertanto appena l’autore lascia forse volutamente quella piccola finestrella aperta per permettere al lettore di immaginare liberamente, lo spettatore diventa per un attimo autore del suo tratto di opera inesistente, che solo lui è in grado di leggere con la propria mente, sino a lasciarsi convincere d’averla da qualche parte letta realmente, evadendo anch’egli nella propria intima realtà apparente.



7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?

Quanto basta per farne un romanzo.



8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?

Potrei vantarmi delle mie muse ispiratrici, le due piccole mie bimbe, con le quali ho aperto il cerchio nel primo capitolo e richiuso nell’ultimo. Forse non avrei scritto il mio primo romanzo se non avessi avuto loro e senza quell’amore sviscerato nei loro confronti, fondamentali per la stesura del libro, e proprio preoccupato del loro futuro inevitabile giudizio, ho sempre cercato oltre una scrittura curata e minuziosa per far piacere ad un pubblico adulto, anche quella pulita e semplice per ogni sensibile lettore fanciullo.



9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?

La mia divoratrice di libri e prima fan è Maria, la mia bimba di undici anni, la maggiore delle figlie, è lei la prima ad aver letto e riletto il libro, oltre ad averlo vissuto in corso d’opera. E’ stato un piacere vedere il suo ditino scorrere veloce tra le mie righe, è stato un piacere durante la sua lettura scrutare di tanto in tanto le diverse espressioni dei suoi occhi attenti, è stato un piacere infine sentirsi da lei promuovere.



10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’e-book?

L’e-book è un mezzo veloce per raggiungere la lettura a basso costo, se sia il futuro non lo so, certamente è già una realtà ben presente. Personalmente potrei avere numerosi e-book archiviati in una mia qualsiasi memoria, ma se tengo particolarmente ad un libro, ad un buon libro, voglio che sia carta fra le mani, odori fra le pagine, con orecchie per segnalibro e con un posto in prima fila su uno scaffale in libreria o semplicemente custodito nel posto giusto, cioè affianco i sogni, in un cassetto.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Chi ama ascoltare più che leggere non sarà contrariato e se è l’ennesimo modo per rendere facilmente accessibile un’opera, un racconto, una storia, si dia pure voce a qualsiasi scritto passato, presente o futuro, dandogli un tono chiaro, armonioso all’occorrenza teatrale, affinché sia reso gradevole ascoltare, un libro parlare. Buona vita a tutti.



 

 

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Martedì, 23 Febbraio 2016 | di @BookSprint Edizioni

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