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07 Mag
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Intervista all'autore - amicodicinzia

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?

Sono nato e vissuto nel Salento, eccetto la parentesi universitaria a Bologna. Non essendo mai stato nella polvere né sull’altare, temo che il mio percorso esistenziale non solletichi nessuno. Sono intollerante ma discretamente allenato alla pazienza, riflessivo e lento a muovermi, cambio raramente opinione (il che, si sa, è tipico degli imbecilli, ma voglio illudermi di essere l’eccezione), detesto ciò che è artificiale, mi sforzo di mettere un freno alle emozioni negative: la paura, la noia, la vergogna, la gelosia, il disgusto. Il risultato non è sempre lusinghiero. Il capriccio di scrivere qualcosa l’ho perseguito in brevissimi spazi di tempo distribuiti in due o tre lustri.

Niente da fare, quando c’era l’estro mancavano le condizioni, o, più raramente, viceversa. La decisione è arrivata come amore a prima vista, una mattina in cui un impedimento ha mandato all’aria ciò che avevo programmato. Ma se, come dicono, il colpo di fulmine ti fa risparmiare il tempo del corteggiamento, scrivere te lo fa spendere.



2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?

Il momento è flessibile, dalle nove della mattina fino a sera, andando dietro all’ispirazione, quando c’è. Oltre la mezzanotte preferisco sognare, dato che le fantasie e i miraggi notturni, diversamente da quelli a occhi aperti dei quali spesso si fanno partecipi gli altri, mi consentono la follia senza dover rendere conto a nessuno.



3. Il suo autore contemporaneo preferito?

Non ce n’è uno preferito tra quelli attuali. In un passato ormai remoto ho letto diversi classici. Ogni tanto mandavo a memoria Foscolo perché attratto dai ricorrenti richiami alla cultura ellenica. Oggi le mie non frequentissime letture si rivolgono prevalentemente alla saggistica, non bado molto a chi ha scritto, ma a quel che ha scritto. Tra i giornalisti apprezzo, per lo stile, Ostellino e Severgnini.



4. Perché è nata la sua opera?

Questa domanda mi spiazza un po’. Presumo che chi scrive non lo faccia, generalmente, per il denaro o per la fama, e ancor meno per l’immortalità, ma per altri motivi a iniziare dal desiderio, forse un pizzico narcisista, di rivelarsi e lasciare una traccia di sé. Non sono sicuro che sia il mio caso. Certo è, però, che ritenevo di svagarmi canzonando la pochezza della nostra classe politica, o l’inefficienza delle amministrazioni del centro in cui risiedo, oppure ancora scrivendo delle cose insensate.



5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?

Più che il contesto sociale credo che abbiano influito sulla mia crescita gli studi classici da ragazzo e quelli scientifici da adulto. Ma parlare di formazione letteraria per uno che nella vita si è dedicato a tenere in piedi le strutture e a dimensionare tubi e pompe, mi pare, francamente, troppo gratificante.



6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?

Se per evasione dalla realtà intendiamo il rintanarsi nel mondo dei sogni o immergersi in una dimensione in cui essere diversi da se stessi, scrivere non credo sia questo. Se mai, lo sono la lettura, o la visione di un film, o lo smanettare sull’iPhone. Direi che scrivere è, sì, un modo per raccontare la realtà, ma si tratta della propria realtà, diversa dalle altre, perché modellata sui propri punti di vista, sulle proprie convenienze e sui propri interessi.



7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?

Non solo di me, perché lascio parlare altri con alcuni dei quali, saltuariamente, mi identifico. Non ci sono, nel libro, riferimenti a mie vicende personali, ma certamente è presente in larga misura il mio temperamento insofferente verso la falsità e l’irrazionalità dei politici e la superficialità del prossimo, nonché incline alla caricatura e all’esagerazione.



8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?

Non c’è nessuno che si è rivelato fondamentale nella stesura del libro, a parte Tom, il giovane gatto, che quasi costantemente al mio fianco, ogni tanto mi costringeva a una salutare pausa di riflessione.



9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?

A tutt’oggi, il libro non l’ho ancora proposto a nessuno. Neanche a Tom, che è analfabeta.



10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’e-book?

Sì, con lenta gradualità l’ e-book prenderà il sopravvento sul cartaceo man mano che Sorella Morte preleverà i più vecchi. Ma credo, e mi auguro, che il libro di carta non scompaia del tutto perché è gratificante averlo nelle mani, sfogliarlo, odorarlo e, magari, martoriarlo con chiose, sottolineature e qualche goccia di caffè.



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Mi risulta che qualcuno sostenga che è un buon compromesso per combinare gli impegni quotidiani e la lettura. Ho dei dubbi, perché potrebbe esserci un disturbo reciproco tra la lettura e l’attività che si sta svolgendo. Voglio dire che se ti concentri sul libro rischi di scuocere le fettuccine. Tenuto poi conto che ognuno ha un suo ritmo di lettura e, talvolta, ha l’esigenza di tornare indietro, personalmente credo che ricorrerò all’audiolibro solo quando la mia acutezza visiva si ridurrà a un decimo per occhio.

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Lunedì, 08 Giugno 2015 | di @BookSprint Edizioni

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