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15 Mar
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Intervista all'autore - Nino D’Amico

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?
Non ricordo che ci sia stato un giorno, un momento in cui ho deciso di diventare scrittore. Non so nemmeno se basta aver scritto un libro per definirmi tale. Mi ritrovo per caso nei panni dello scrittore, ma mi sento a disagio come se questi panni non mi appartengano. Nella vita credo di non aver mai preso nessuna decisione di nessun tipo, ho lasciato che fosse la vita stessa a decidere per me. Mi ci sono trovato immerso e l’ho accettata come una fatalità. Mi sono lasciato trascinare dal flusso degli avvenimenti, badando solo a non farmi travolgere da essi. Mi sento più un osservatore che un protagonista della mia stessa vita. Ho vissuto quasi sempre nel mio paese, a Lentini (SR), qui sono nato, qui ho fatto i miei studi, qui ho esercitato la mia professione di insegnante e qui trascorro ora le mie giornate di pensionato, leggendo e, di tanto in tanto, “quando mi scappa”, scrivo.
 
2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?
Come non c’è stato un momento in cui ho deciso di diventare scrittore, non c‘è un momento singolo nell’arco della mia giornata espressamente dedicato alla scrittura. Direi che sono tre i momenti in cui si articola la scrittura, che non è un’attività programmata, è per lo più affidata al caso. E il caso vuole che quando sono a letto, in attesa del sonno che tarda a venire, tra le tante fantasie che mi passano per la mente, mi capiti a volte qualche buona idea. La mattina dopo, al risveglio, butto giù frettolosamente due righe per fissare nella carta quell’idea, prima che svanisca. È il secondo momento della mia attività di scrittura, e molto spesso l’attività si conclude qui: l’idea resta racchiusa in quelle poche parole come un’osservazione isolata, come un aforisma. Talvolta però – assai raramente – quell’idea si presenta feconda di ulteriori sviluppi, genera personaggi, situazioni, riflessioni … È il terzo momento della scrittura (quello più propriamente creativo), alla quale dedico le ore della sera, quando, cessati i rumori del mondo esterno, la voce interiore si fa sentire con più forza.
 
3. Il suo autore contemporaneo preferito?
In assoluto l’autore da me preferito è Marcel Proust. La sua Recherche tuttavia è quanto di più distante ci possa essere dall’opera che ho composto. Per essa mi sono ispirato invece all’umorismo surreale e dissacrante di Stefano Benni e a quello, esilarante, di alcuni scrittori inglesi: Alan Bennett e Roy Lewis.
 
4. Perché è nata la sua opera?
La mia opera nasce per cercare di divertire il lettore (o lo spettatore) mediante una comicità fine e intelligente. A questo scopo ho sfruttato l’anacronismo fantascientifico dei viaggi nel passato, facendo la caricatura della tecnologia, ed ho giocato con le nozioni storiche comunemente accettate, ma che nella mia opera vengono deformate e messe in discussione.
 
5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?
Nella mia formazione letteraria più del contesto sociale hanno influito i miei insegnanti e i libri che loro mi hanno consigliato di leggere.
 
6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?
Credo che entrambi i modi siano legittimi e ampiamente praticati. Per alcuni scrivere è un modo per evadere, per altri un modo per raccontare la realtà. Io ho cercato di deformare la realtà, che è un modo per raccontarla e, al tempo stesso, per evadere da essa.
 
7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?
In ciò che ho scritto, in particolare nella figura del professore di storia, c’è la mia inclinazione a ridere di me stesso e delle mie convinzioni, a non prendermi mai troppo sul serio.
 
8. C’è qualcuno che si è rivelato fondamentale per la stesura della sua opera?
Rispondendo ad una domanda precedente, ho indicato i miei insegnanti come le persone che hanno influito nella mia formazione culturale. Rispondendo a questa domanda, ritengo che fondamentali per la concezione e la stesura della mia opera siano stati i miei alunni.
 
9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?
A leggere per prima la mia opera, una commedia ancora in fase embrionale, è stata un’insegnante, una collega, che me la restituì dicendo che non era adatta a essere rappresentata a scuola e consigliandomi di accorciarla, di semplificarla. Ho seguito la strada opposta a quella da lei indicata: ho allungato l’opera arricchendola di nuovi episodi, rendendo la versione definitiva adatta non più solo a un pubblico di studenti, ma a qualsiasi tipo di pubblico.
 
10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’ebook?
L’ebook si diffonderà sempre di più nel futuro perché offre degli indubbi vantaggi. Innanzi tutto un vantaggio economico: costa di meno. E poi un vantaggio “logistico”: il lettore può andare in giro portando comodamente con sé una piccola biblioteca.
 
11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
Premesso che l’audiolibro è uno strumento indispensabile per alcune categorie di persone come i non vedenti, ritengo che esso possa funzionare meravigliosamente per esaltare e valorizzare certi generi letterari quali la poesia, la narrativa, i testi teatrali. Ma, per i saggi critici, per i trattati filosofici e altre opere dello stesso tipo, credo che il libro in formato cartaceo sia ancora lo strumento più valido per la diffusione della cultura.
 
 
 
 

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