Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy.Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.

Logo
Stampa questa pagina
28 Nov
Vota questo articolo
(3 Voti)

Giacomo Miniutti su TV 2000

TV 2000 ha voluto Giacomo Miniutti davanti alle telecamere per raccontare la sua storia, la storia di “quel ragazzo che aveva sete”. Ospite di Eugenia Scotti nello spazio Azzurro di Nel cuore dei giorni, l’autore di “Quando nessuna fonte dissetava”, uscito per BookSprint Edizioni, ha bevuto per 30 anni, servendosi dell’alcool per evadere dalle difficoltà. Ma un percorso di fede e la scrittura gli hanno permesso di vincere questa terribile dipendenza.

«Si comincia col dire che il vino riscalda, che fa sangue. Ma sono luoghi comuni, che portano a qualcosa di incontrollabile», dice Miniutti. E continua definendosi «timido, pauroso, solitario. Per quelli come me quest’abitudine diventa un aiuto, una stampella, una forza. Per stare in mezzo agli altri, per affrontare la vita». Gli anni passano , Giacomo diventa un uomo, si sposa, ha una figlia. La sua vita cambia, resta una sola costante. L’alcool. «Anche quando è nata mia figlia, sono andato in ospedale la notte del parto, e ho trovato un altro ragazzo che stava per diventare papà. Avevo 27 anni. siamo stati tutta la sera lì nel bar, davanti all’ospedale. Non l’ho più rivisto. Ma ogni avvenimento andava bene per bere, per “festeggiare».

 


Miniutti continua a bere. Nonostante tutto si sente bene, ed evita di farsi visitare. «Dal dottore non andavo mai. Anche perché forse nel mio inconscio sapevo che il dottore se ne sarebbe accorto. Ci si va solo quando si è allo stremo». A 35 anni il suo fisico comincia a cedere. La situazione familiare si complica, il matrimonio rischia la rottura. «Con un alcolista in casa, i familiari non sanno come comportarsi, fanno molta fatica. Cercano di aiutare, ma molte volte sbagliano. Perché togliere l’alcool a un alcolista è la cosa più crudele che si possa fare. Perché non è l’alcool la causa, ma il bisogno».

A 39 anni arriva il crollo definitivo. Cirrosi epatica, ricovero, delirium tremens. «Mi hanno detto che avevano chiamato il prede dell’ospedale, perché ormai c’erano poche speranze. Ma per fortuna la campana non ha suonato». Dopo due mesi è di nuovo fuori. «Ho smesso per tre anni, ma solo per la paura della morte. Ero stanchissimo, non riuscivo neppure a tirare il freno a mano. Ero giallo…». Miniutti si interrompe per un attimo, poi riprende «ho una foto, ma è bruttissima».

Ma ancora non basta. Giacomo torna dentro il bicchiere. «Stavo lavorando in una casa in ristrutturazione c’era il bottiglione di vino. Senza chiedermi perché e percome, lo prendo e mi ci attacco a garganella. Nel giro di due settimane sono ritornato come prima». Passano altri tre anni, «tre anni di questa vita d’inferno, di bere mentendo, mentendo agli altri e a te stesso».

Il ragazzo che aveva seteè invecchiato, è stanco. È ubriaco. Cade e batte la testa. «Quella sera mi misero una retina per tenere i punti. Mi guardai nello specchio e mi dissi: “Questo non è Giacomo”. Allora è scattato qualcosa. Ho capito subito che dovevo fare qualcosa che non avevo mai fatto prima. Ho accettato di iniziare un percorso di recupero». Giacomo posa la bottiglia e prende la penna. Ha fatto suo il motto che deriva dalla preghiera di San Francesco, “è dando che si riceve”, e ora fa volontariato in carcere. «Io ho avuto tanto, ho avuto la salvezza, ho avuto la vita nuova, e mi sono sentito di non tenere per me questa grazia. E non avrei mai pensato di smettere di bere, per me era impossibile la vita senza l’alcool. È doveroso, devo farlo. Io sono qui per questo. Se io ce l’ho fatta, può farcela chiunque».

Giovedì, 28 Novembre 2013 | di @Carmine Morriello