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BookSprint Edizioni Blog

24 Nov
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Intervista all'autore - Alberto Jelmini -

Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?
Sono nato 85 anni fa in un villaggio fra le montagne della Svizzera di lingua italiana.
Dalla finestra del mio soggiorno-studio vedo il massiccio del San Gottardo, la conca che ne indica il valico, e sul fondo valle la ferrovia e l'autostrada che vanno ad infilarsi nelle rispettive gallerie. I miei genitori erano contadini e da giovane li ho aiutati in tutti i loro lavori: far fieno, badare al bestiame, far legna... e altro ancora. Durante tutta la stagione lavorativa ho fatto l'insegnante, e posso dire che solo dopo essere andato in pensione, ho iniziato seriamente l'attività di scrittore, all'inizio quasi per hobby, in seguito perché incoraggiato dall'ottenimento di alcuni premi, in primo luogo il Premio Legnano, dapprima per una poesia in dialetto e in seguito per una in lingua italiana.
 
Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?
Sicuramente il mattino, anche se mi rendo conto che il tempo a disposizione si restringe sempre più. Un po' a causa dell'età, che ci rende più lenti, ma soprattutto per colpa della Posta elettronica e dei social che obbligano a rispondere, o che stuzzicano con le loro notizie, offerte, amicizie online... Mi capita però di scrivere anche nel tardo pomeriggio, mentre la sera è per lo più dedicata alla lettura, o a passatempi quali parole crociate, sudoku o scacchi.
 
Il suo autore contemporaneo preferito?
Questa è una domanda difficile, perché troppi nomi mi balzano incontro. Se consideriamo la contemporaneità in senso lato, a livello mondiale direi (ma solo perché costretto a un sol nome) Gabriel Garcia Marquez; limitandomi alla letteratura italiana direi Fenoglio, pensando soprattutto a "Una questione privata". Se pensiamo a questo secolo, la mia grande scoperta è stato il giapponese Murakami Haruki, mentre in lingua italiana mi piace Ilaria Tuti. Il suo "Come vento cucito alla terra", pur trattando una materia situata al tempo della prima guerra mondiale, fa riflettere anche oggi su che cosa voglia dire seriamente la parola "emancipazione femminile".
 
Perché è nata la sua opera?
All'inizio pensavo unicamente di riunire (e completare) una discreta quantità di testi, soprattutto racconti, ma anche riflessioni didattiche, filosofiche o politiche. In seguito, grazie all'incoraggiamento di un'amica, mi sono indirizzato sui racconti che parlavano della mia infanzia (mi sono ricordato di aver scritto una serie di racconti per una terza elementare prendendo lo spunto da quelli che un mio fratello inventava con incredibile fantasia fin da piccoli). Poco per volta è nata l'idea di farne un corpo unito, nel tentativo di far conoscere un mondo e un modo di vivere di quasi un secolo fa, di aiuto e di insegnamento ancora oggi (la difficoltà di crescere!).
 
Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?
Non sembra vero, ma il contesto che ha influito in modo decisivo nell' avviarmi sul sentiero della letteratura (e in generale della cultura) è stato l'ambiente famigliare, in un villaggio di montagna e una famiglia di contadini. Ma mio padre era nato a Parigi, dove aveva frequentato la prima elementare; a quindici anni si era recato a Lucerna per imparare il tedesco, per cui parlava e scriveva perfettamente nelle tre lingue; era abbonato a un settimanale in tedesco; da un'amica a Parigi ha ricevuto i primi numeri di "Paris Match"; da un amico milanese riceveva ogni settimana un pacco con tutti i numeri del "Corriere della Sera", da cui ritagliava sempre il racconto in terza pagina... e potrei continuare, basti dire che eravamo aperti al mondo, e credo di esserlo sempre stato.
 
Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?
Credo di non aver mai scritto una sola frase che non avesse un legame con la realtà. Appassionato di storia (come mio padre), all'Università ho studiato Archeologia classica e Storia antica, per cui mi sono sempre più persuaso del fatto che scrivere fosse il modo migliore per conoscere la Realtà, o meglio ancora, la Verità. Anche nei due racconti apparentemente di fantasia inseriti nel mio libro (i soli di questo tipo che abbia mai scritto), il dato reale è preponderante, come dirò.
 
Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?
Posso dire che tutto quanto ho scritto parla di me. Al punto di essermi talvolta trovato addirittura imbarazzato nel rendermi conto di questo fatto, pensando che avrei dovuto uscire da quelle che erano le mie esperienze per cercare di creare una realtà nuova, diversa da quella in cui vivevo, e che in quei momenti mi sembrava quasi una prigione. Ora non mi faccio più problemi di questo tipo: mi sembra normale pensare che scrivere sia parlare di sé, magari per conoscersi meglio, come capita col racconto "Il lato nascosto della vita" e come affermo apertamente nel mio romanzo "Mylène", ambientato nel mondo della cybercriminalità, che sto revisionando ed è dunque quasi pronto per la stampa.
 
C’è qualcuno che si è rivelato fondamentale per la stesura della sua opera?
Come già indicato, ad un certo punto, quando stavo pensando a un romanzo o addirittura a riunire i miei scritti di natura sociale o politica, un'amica mi ha detto apertamente di lasciar perdere questi intendimenti e di raggruppare e completare piuttosto i racconti che parlavano delle mie esperienze giovanili. Indirettamente i racconti di mio fratello (a volte chiamati "della paura"), inventati con incredibile fantasia, ma quasi sempre legati ad avvenimenti reali (Ricordo un racconto "La bomba atomica", quando io, dunque, avevo 7 anni e lui 6), o i racconti che mio padre ritagliava dal "Corriere della sera" e che spesso ci leggeva (Indimenticabile un "Lascia o raddoppia" di Dino Buzzati).
 
A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?
Alcuni racconti sono già apparsi su una rivista locale e inoltre due di essi ("Mia madre non aveva tempo per piangere" e "La nascita del vitellino" hanno ottenuto rispettivamente il terzo e il secondo premio ad un concorso letterario italo-svizzero ("Salviamo la montagna"). I complimenti ricevuti da amici e tante volte da gente sconosciuta, sono risultati senz'altro un buon motivo per continuare su quella strada e infine comporre questo libro.
 
Secondo lei il futuro della scrittura è l’ebook?
Personalmente non ho mai letto un ebook. Ciò non significa che non ritenga possibile un suo successo dirompente (anche se in merito ho qualche dubbio), ma per me la lettura è legata alla fisicità del libro, il suo peso, colore, carta, profumo, caratteri di stampa... Mi viene in mente "Se una notte d'inverno un viaggiatore" di Italo Calvino, e devo ammettere di essere senz'altro influenzato da questo magnifico testo per quanto riguarda il mio rapporto "fisico" col libro.
 
Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?
È senz'altro una buona cosa per chi ha problemi di vista, malattie, o magari semplicemente grande stanchezza. Per me non entra in considerazione (pur se un mio libro, "Affetti su carta" l'ho personalmente registrato per una associazione di non vedenti). Anche qui non posso non pensare alla lettrice o al lettore di Calvino, che si sofferma, rilegge, torna indietro per riagganciarsi all'ultimo contatto con un personaggio improvvisamente riapparso.... Cose possibili anche con l'audio libro, d'accordo, ma con qual dispendio di energie! Nessun gesto tecnico dovrebbe togliermi il dolce fantasticare nato improvvisamente dopo l'incontro con una frase, una parola, e che mi obbligherà a tornare indietro perché ho continuato la lettura senza capirla!

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