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30 Set
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Il Nulla Bianco

Come ho fatto non lo so.
Com’è che sono riuscito a sopravvivere, non lo so.
Anche perché volevo morire.
Piuttosto che andare avanti, preferivo morire.
Riccardo Di Raimondo

 

Sicilia, settembre 1943. Il profilo di un uomo si delinea all’orizzonte. Cammina sotto il peso dello zaino. Le gambe dolenti, scene orribili vibrano nelle pupille, la sua pelle gioisce per il tepore dell’estate. Quell’uomo è Riccardo Di Raimondo, ha attraversato a piedi l’inferno, e ne è uscito vivo.

Da quel terribile inverno, a cavallo tra il 1942 e il 1943, sono passati settant’anni. Riccardo Di Raimondo ripensa alle migliaia di chilometri percorsi nel ghiaccio, e ancora non riesce a spiegarselo. «Eravamo a quaranta sottozero, senza indumenti adeguati, senza un riparo». L’Armata Rossa alle calcagna, davanti solo la neve, marciando in colonna, vedendo i propri compagni «cadere come mosche», senza poter far nulla. Avanzando nel ghiaccio e nel fango sperando di non essere il prossimo, col terrore che ti assale al calar della notte, perché restare fuori vuol dire crepare, morire assiderati a migliaia di chilometri da casa.
“La ritirata di Russia – Dal fiume Don a Varsavia (1942-1943)” è il racconto di quei mesi di orrore, corredato di fotografie scattate dallo stesso autore. «È tutta verità, non c’è una virgola che non sia verità», sottolinea Di Raimondo.
Come tutti i libri, anche questo comincia dalla prima pagina. Ma stavolta non è così semplice. Prima del racconto, c’è il silenzio. Quello di Riccardo Di Raimondo è durato settant’anni.

 «Quando sentivo parlare della Russia, cercavo di pensare ad altro. Ho taciuto, non volevo scrivere. Ma come sono uscito da quell’inferno? Perché quello era l’Inferno, non la Terra. I soldati ci sparavano, i russi ci inseguivano, il freddo ci martoriava, la fame non ci lasciava mai.
Non so quanto abbia pianto, mentre scrivevo il libro. Per questo non volevo farlo. Le sofferenze sono incise nella carne. E per questo che l’ho scritto a 90 anni. Perché io volevo dimenticare. Non per quello che avevo sofferto, ma per quello che avevo visto. La carneficina… Soldati sventrati, soldati senza gambe, soldati senza testa, buttati a terra, con le viscere riversate sul terreno. Cose indescrivibili… e io quando sono rientrato ho detto “Voglio dimenticare”».

Riccardo di Raimondo ha scritto per loro. È per loro che sono morti con il ghiaccio nella gola che Riccardo ha trovato il coraggio di parlare, di raccontare una storia che nessuno voleva sentire, nemmeno le autorità politiche. «Togliatti non voleva che si sapesse quello che avevamo passato. Della Campagna di Russia degli italiani se n’è parlato poco».
Senza fucile, armato di una macchina fotografica che tiene accanto a due bombe a mano, il giovane ragazzo di Sicilia, venuto dalla terra del sole e prigioniero del regno del ghiaccio, comincia la sua lunga marcia in compagnia della morte. Andare avanti sembra impossibile, ma fermarsi significa morire. E allora vai, Riccardo, ancora un altro passo. Senti il ghiaccio che si rompe sotto il tuo stivale esausto, senti il vento che porta l’urlo del cosacco, mentre un altro uomo cade e la neve lo inghiotte.
Eppure, nel cuore freddo del dolore, c’è ancora l’uomo, sotto il fango e i pidocchi c’è ancora l’uomo. Riccardo rallenta, rischia la vita, ma riesce a salvare il suo amico Zuccarello, che si riprende dalla polmonite. Riccardo ama, perché «proprio quando tutto sembra essersi fermato, il corpo torna a vibrare e ancora una volta la vita si impone». Ma un soldato straniero non può farsi trovare nell’isba di una contadina ucraina, perché i russi non la perdonerebbero e la ucciderebbero senza pietà. La separazione è inevitabile, «e il dolore che ne sarebbe derivato, devastante. Nulla viene risparmiato a un soldato: anche le gioie più belle e pure finiscono col generare altro dolore». Di Lidia resta una fotografia; il suo sorriso risplende ancora in quella vecchia foto sbiadita.

Riccardo Di Raimondo era dentro a quel pugno di uomini gettati dai potenti sulla scacchiera fatale del Secondo Conflitto Mondiale, dentro alle fauci spalancate dell’abisso. Il regime fascista prevedeva una trionfale cavalcata negli spazi orientali al fianco della Wermacht. Ma la storia è andata altrove, e i Panzer sono finiti nel fango. L’impossibilità di raggiungere Stalingrado, fortezza russa che custodiva risorse petrolifere essenziali per continuare la guerra, significa la sconfitta. Lo capiscono tutti, anche Mussolini, che ordina il ritiro delle truppe. Ma ormai è troppo tardi.
Il rientro a casa è un viaggio senza fine. Quasi 200 mila uomini su 270 mila non ce l’hanno fatta. Sono ancora lì, nel ghiaccio, con gli occhi chiari spalancati, a pregare per una salvezza che non arriverà mai. Riccardo Di Raimondo ha scritto per loro. È sopravvissuto per loro. Ha pianto su queste pagine per loro. Per quei 200 mila cuori che hanno smesso di battere nel gelo di un campo sterminato. 200 mila anime lo ringraziano, perché continuare a vivere nelle sue parole è l’unico modo che gli resta per tornare a casa.

 

 

 

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Sabato, 02 Novembre 2013 | di @Carmine Morriello