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BookSprint Edizioni Blog

04 Nov
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Intervista all'autore - Lorenzo Marra

1. Ci parli un po' di Lei, della Sua vita. Da dove viene? Come e quando ha deciso di diventare scrittore?

Sono nato e vivo tuttora in un piccolo paese della Bassa Pianura Padana, in provincia di Cremona. Ho cominciato a scrivere verso i 13 anni, poesie, racconti brevi. Il mio primo romanzo risale all'età della scuola media. Sognavo di diventare uno scrittore, di vedere i miei libri esposti in vetrina delle librerie, accanto ai grandi nomi che su di me avevano un fascino indescrivibile. Ma il mio esordio in letteratura è invece avvenuto tardi, nel 2013, con una raccolta di poesie scritte appena dopo l'adolescenza. È strano, ma mi è successo, crescendo, di diventare geloso di quello che scrivevo e pubblicare un libro ha significato un passo non facile. Ho dovuto vincere un certo pudore.



2. Nell’arco della giornata qual è il momento che dedica alla scrittura?

Scrivo quando posso. Durante le mie occupazioni, mi succede di prendere appunti sparsi su quello che dovrò scrivere. Di preferenza, mi piace scrivere di mattina presto, ma per un certo periodo ho scritto di notte, fino a tarda ora. Ho bisogno della solitudine assoluta e del silenzio.



3. Il suo autore contemporaneo preferito?

Mi scopro impreparato a rispondere sulla letteratura contemporanea: sono un appassionato del Novecento letterario, possiedo una biblioteca di circa 600 volumi. Ma trovo che la contemporaneità di un autore consista nel valore della sua opera, che la rende attuale sempre, nonostante il passare degli anni e del gusto. Forse l'autore che più si avvicina ai giorni nostri e che amo in modo particolare è Pier Paolo Pasolini.



4. Perché è nata la sua opera?

Questi racconti sono in realtà temi scolastici che scrissi al corso serale per ragionieri della mia città che frequentai negli anni novanta. Prendendo a pretesto la traccia proposta dall'insegnante, mi limitai a trascrivere sul foglio di protocollo quanto nella mia mente era già perfettamente compiuto e che aveva bisogno soltanto di trasformarsi in parola scritta. Non immaginai altri interlocutori che l'insegnante e raccontai me stesso in un rapporto tenero e confidenziale. Tuttavia, queste prose sono del tutto prive di istanza didattica e forse mi si perdonò di andare fuori tema. Sono ancora molto legato alla gratitudine verso chi per primo raccolse queste mie confessioni. Anche in questa occasione, non è stato facile renderle pubbliche.



5. Quanto ha influito nella sua formazione letteraria il contesto sociale nel quale vive o ha vissuto?

Sono stato adolescente negli anni '70, quando, specie in queste piccole realtà l'omofobia era feroce. Sono stati tempi di solitudine, di isolamento, che solo la scrittura poteva riscattare. In provincia però, le cose non sono di molto cambiate da allora. Il riconoscimento delle unioni di fatto ha legittimato in qualche modo l'omosessualità, ma il cammino è ancora tortuoso e tutto in salita. Alla derisione e al turpiloquio di allora, forse grossolani ed ingenui, si è sostituito un atteggiamento scientemente convinto, ma non meno ostile, anzi. Eppure, non nutro rancore nei confronti di chi rese quegli anni così difficili: scrivere per me è stato sempre di grande conforto ed oggi mi dico che non esisterebbero le mie pagine senza esser passato attraverso la sofferenza.



6. Scrivere è una evasione dalla realtà o un modo per raccontare la realtà?

Scrivere è per me interpretare la realtà. Sono convinto che chi scrive viva in qualche modo un sentire parallelo tra gli avvenimenti e la loro risonanza nell'intimo. Penso anche che la scrittura esiga una certa propensione alla solitudine. Molte volte ho scritto per incomprensione immediata del reale, che attraverso le mie meditazioni scritte mi si chiariva, liberandomi da un peso. Nel mio caso, la scrittura è stata di insegnamento, una rivelazione.



7. Quanto di lei c’è in ciò che ha scritto?

Nella mia produzione, sia poetica che in prosa, il dato autobiografico è fondamentale. Le parole sono filtrate dalla sensibilità, dal modo di pensare, di essere e credo sia un assunto valido per chiunque scriva, anche se si abbandona totalmente alla fantasia. Personalmente, non riesco a raccontare che in prima persona ed anche in ciò che invento metto un poco della mia storia, soprattutto intima ed emotiva.



8. C’è qualcuno che si è rilevato fondamentale per la stesura della sua opera?

Chiunque ho incontrato sul mio cammino, sia nel bene che nel male. Ho cercato di imparare sempre, ricercando nel rapporto col prossimo un significato che giustificasse le mie sensazioni.



9. A chi ha fatto leggere per primo il romanzo?

Ad un editore che, però, pretendeva un editing feroce, che stravolgeva assolutamente la mia opera. Solo con BookSprint ho potuto veder realizzato il mio lavoro nella sua autenticità. Sono molto grato a Vito Pacelli ed al suo staff, che mi hanno rispettato attraverso la valorizzazione delle mie pagine. Succede raramente nell'editoria. Citavo prima Pasolini: nemmeno lui riuscì ad eludere le pretese censorie di Livio Garzanti e dovette combattere duramente. Chiedo venia della citazione così irriverente.



10. Secondo lei il futuro della scrittura è l’e-book?

L'e-book è un'evoluzione epocale, ma non potrà sostituirsi al libro cartaceo, che è un bene prezioso da possedere: le pagine hanno consistenza, perfino un loro profumo, il carattere è un ricamo sulla carta. È un po' quello che succede nel campo musicale, col ritorno al vinile: la dolcezza del suono, il calore del materiale, la magia della copertina...



11. Cosa ne pensa della nuova frontiera rappresentata dall’audiolibro?

Credo che la lettura sia ben più ricca dell'ascolto. Personalmente, leggo lentamente, mi piace riprendere, anche più volte, un passo per non perdere un significato che nell'immediatezza può sfuggire. La lettura, inoltre, è personalissima nel modo e nel tempo. Ciò non toglie che l'audiolibro possa rappresentare un valido strumento di divulgazione e possa incontrare il favore di molto pubblico.

 

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Sabato, 04 Novembre 2017 | di @BookSprint Edizioni

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